Occhi da Donna ©
::::::::::Questo blog non è un diario personale. E' il contenitore di bozze, incipit ed esperimenti di scrittura. Se proprio dovessi definirlo un diario, direi il diario di un'aspirante scrittrice, che ha una storia da raccontare. :::::::::: Credo ormai sia inutile ripetere, ma lo faccio lo stesso, che i nomi dei personaggi e le situazioni nelle quali si vengono a trovare sono di mia totale invenzione e non hanno perciò attinenza con persone realmente esistenti. Se qualcuno per caso vi si riconoscesse, significa che è dotato di una fantasia superiore alla mia” - Camilleri

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VolanZine n°1 2008 - Niente di strano di Eleenora Lo Iacono

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18/11/2009 14:10
mercoledì, 18 novembre 2009

Sirenetta - Isola delle Femmine - PalermoPer smettere d’essere una ragazza, mi è bastata una frase breve: mi faccio.           
Eravamo seduti su una panchina, di fronte alla fontana con la sirenetta, a Isola delle Femmine. L’estate è un buon momento per diventare adulti e l’abbronzatura fa sembrare più esotica, l’espressione di terrore che matura l’espressione.

Avevo capito subito cosa voleva dirmi, ma significava crescere. Così ho tentato di prendere altro tempo, facendo domande.

˂˂Cosa ti fai?>> Gli ho chiesto. Avevo in mano il portachiavi della sua vespa e ho staccato il ciondolo a forma di lattina di cocacola, per lo shock.

˂˂Mi faccio, Ele.>> Mi ha preso dalle mani il portachiavi spezzato e se l’è messo in tasca. C’era uno strano vento: quello che fa le girelle con le foglie. I suoi capelli piroettavano, in mezzo a noi e gli nascondevano il profilo. Io li avevo legati in una coda e non potevo nascondere la paura con i ciuffi.
˂˂Sì, ma faccio che? >> Mi ostinavo a chiedere.  

˂˂Mi faccio, mi buco.>> Bisbigliava, mentre guardava due cani che s’inseguivano. Io mi guardavo le mani e staccavo lo smalto con i denti. Quella frase piccolissima, aveva cambiato tutto. Avrei voluto guardarlo solo un attimo negli occhi, ma sapevo che avrei visto qualcun altro, dopo quei due secondi di verità.

So che a sedici anni si può sopravvivere, anche se smetti di respirare, quando ti trovi a dover emergere da un’apnea nel caos. C’è più fiato, io fumavo meno sigarette e quella era la prima volta che mi si fermava il respiro per incredulità. Ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti: ho avuto occhi da donna che osservavano un ragazzo diventare un debole nelle mani di un nemico troppo grande, davvero troppo.

E’ mio, non lo perdo. Non lo lascio. Devo aiutarlo. Questi erano i miei pensieri. Non delusione, niente rabbia. Ero impaurita, stupita, cercavo qualcosa che mi permettesse di risolvere il problema e ritornare a ridere, come sapevo fare prima di quei due secondi.

La donna che emergeva mentre ricominciavo a respirare era una Eleonora completamente diversa, era la ragazza innamorata di chi aveva bisogno d’aiuto. Ed ero pronta. Non so perché pensassi di esserlo. Sarà stato un riflesso involontario.

˂˂Perché?>> Questo riuscivo a chiedergli. Le altre domande mi facevano girare la testa solo a pensarle. Quando erano state bucate le sue braccia? Perché non me n’ero mai accorta? Quando lo faceva? Quante volte lo aveva fatto? Da quanto tempo? Con chi? Chi gliel’aveva data la prima volta? Non aveva sentito di quel ragazzo che era morto perché l’eroina era tagliata poco, o male o che ne so? Almeno un libro, l’aveva mai letto, su questo? Che effetto gli avevano fatto le storie di quei ragazzi? Non aveva mai visto niente? Non sapeva niente. Che sai? Che fai?
˂˂Come perché? >> Sembrava lui, quello stupito.

<<Sì, perché ti buchi? Cioè: non avevi niente da fare, quella prima volta e hai pensato: ora mi buco? Raccontamelo>>.

Io dov’ero quando l’hai fatto, quella prima volta?

In un attimo, avevo deciso: se fossi diventata  inquisitore, lui mi avrebbe mentito e la droga me l’avrebbe preso. Dovevo essere sua amica. A sedici anni, con il coraggio incosciente che spinge ad agire, si può sperare in qualsiasi cosa.

Non si aspettava quella reazione. Chissà quante volte aveva ripetuto il discorso che mi avrebbe fatto quel giorno. Probabilmente aveva immaginato che avrei pianto, che l’avrei insultato, che avrei cominciato i soliti discorsi che si devono fare: vai in comunità, devi smettere, fa male, provoca assuefazione e tutto il resto. Aveva forse immaginato che sarei scappata da quel nemico troppo grande per me, e per lui, da quell’altra contro la quale io non avrei mai potuto vincere. Forse era quello che avrei dovuto fare, in effetti: scappare. Oppure arrabbiarmi.

Tra tutte le reazioni che aveva previsto, non poteva certo credere a quella: che gli avrei semplicemente chiesto un motivo.

Non ne aveva.

˂˂Mi piace. Mi fa stare bene.>> Non ricordo se è successo davvero o se era la mia confusione, ma quando mi ha dato quella risposta, solo in quel momento l’ho guardato. Facendo piano la strada verso i suoi occhi: gli anfibi che aveva comprato il giorno prima e che sembravano troppo nuovi, troppo lucidi, in quel momento di strappi; i jeans chiari che mi sembravano troppo lunghi, sotto quel sole che impediva di nascondersi; la camicia con le maniche arrotolate fino all’avambraccio che, ora sapevo, nascondeva un segreto; la sua bocca bugiarda che non sorrideva più, gli occhi a spillo. Anche questo adesso significava: per trovare coraggio si era fatto. Si era fatto per dirmi che si faceva. L’eroina era già diventata la sua migliore amica e io ero l’ostacolo d’affrontare, con il suo aiuto. In due secondi, il mondo può cambiare tutti i significati che gli davi e tu non sai da che parte cominciare a conoscerlo, a capirlo. E improvvisi.

˂˂Ah>>. Ho detto, gli indizi erano tutti contro di me.

˂˂Se vuoi lasciarmi, se non vuoi più stare con me perché sono un tossico, lo capirei.>> Mi suggeriva. Incredulo, spiazzato dalla reazione meno ovvia di tutte, quasi mi spingeva verso uno di quegli scenari su cui si era preparato, per sentirsi a suo agio, per passare alla seconda fase.

Mi veniva da pensare ai giochi dei progetti che facevamo fino al giorno prima: andare a vivere in Australia, diventare ricchi e comprare un camper per girare il mondo, battere il record degli orgasmi, avere tre bambini che avremmo chiamato Fabrizio, Elena e Giulia.    
Tutti i nostri giochi erano finiti in quel buco, nascosto dalle maniche della sua camicia bianca, arrotolate come un vezzo sexy. Mi veniva da sparare domande: cosa faccio adesso? Tu mi dici che ti buchi,

cazzo ti buchi, 

e io ti lascio allo sbando? Tolto il dente tolto il dolore? Ti abbandono? Ho paura. Non voglio che ti droghi, che muori, che ti venga l’AIDS, che ti arrestino, che stringi il tuo braccio con il laccio emostatico.

Oh cazzo il laccio emostatico.

˂˂No, non voglio lasciarti>>. Mentre comunicavo la mia scelta a lui e a me, gli sorridevo. L’espressione iniziale mi si era proprio paralizzata in faccia. Sentivo le pulsazioni andare in tilt e le sentivo nel petto, nelle orecchie, nelle tempie. Pulsavano e scandivano quel tempo interminabile, del silenzio che è venuto dopo.          
Non diceva una parola. Non dicevo una parola. 

Non c’era molto altro da inventare.

L’imbarazzo l’aveva obbligato a fissarsi le scarpe da vicino, piegato in avanti come un gobbo stanco. Lo stupore mi aveva trasformata in un blocco di marmo e guardavo la sirenetta e i suoi giochi d’acqua, chiedendomi quando avrei cominciato a perdere acqua dalle mani strette a pugno, se fossi rimasta lì impietrita, un altro quarto d’ora.

Abbiamo fumato l’ultima sigaretta, quella che fumi per prendere tempo, per non decidere; poi siamo andati via, sulla sua vespa blu.

Io mi sono girata e ho guardato indietro. Se avessi usato un po’ della fantasia che in quel momento avevo dimenticato d’avere, avrei potuto vedere la bambina che ero stata fino a pochissimo tempo prima, seduta su quella panchina. Era lì e ci sarebbe rimasta.

 

In classe Elena mi raccontava di Claudio, che finalmente l’aveva invitata a uscire. Sarebbero andati alla fiera del Mediterraneo. Si riprometteva di non mangiare tutte quelle patatine che solitamente mangia, quando ci sono le giostre. Non voleva che la considerasse una che mangia tanto.      
Tentavo di credere che fosse importante, quello che diceva e l’ascoltavo. Avevamo sedici anni ed era giusto preoccuparsi della scelta del profumo: dolce o acerbo? E il trucco? Leggero o da vamp? E hai comprato le mentine? Mi chiederà di fare sesso? Sono pronta?

Non ci riuscivo.

Le penne sul banco mi sembravano siringhe di sangue blu o nero. Alcune rosse.   Il gesso           appoggiato sulla cattedra era una siringa vergine e mi facevano male le braccia. Come se mi fossi bucata io e in quel momento. Come se facesse male anche alla pelle.

Fortuna che avevamo i pc nuovi a scuola, quelli con Windows che da quell’anno avrebbero facilitato la vita a tutti: non tanto il computer in sé come macchina, aveva la sua importanza, anche perché erano i primi modelli, grossi, lenti e rumorosi, ma quanto questo significasse per l’informazione, per la quantità di ricerche che potevo fare, per fare passare la paura.

Conoscere il problema mi ha sempre aiutata a evitare il panico.

Sono diventata un’esperta di droghe, quelle settimane dopo. Sapevo tutto, anche cosa fare in caso di overdose:
Fatelo sdraiare su un fianco e non fatelo addormentare. Non nascondete ai medici di soccorso che ha assunto eroina. C’è un antidoto specifico dell’eroina e deve essere iniettato al più presto.

Se sei da solo controlla:

- se è cosciente, pizzicandolo o scuotendolo;

- se respira, guardando se il torace si solleva, o tenendo una mano davanti alla bocca o al naso; 
 - se ha il battito cardiaco, mettendo le dita, non il pollice, sull'arteria del collo (a fianco del pomo d'Adamo)”.


Poi c’era la videoscrittura.

Un grande rettangolo bianco mi ha invaso gli occhi di luce.

Nuovo foglio di lavoro.

Nuove parole da scrivere che gridavano e un punto interrogativo


?

 

E ora? Che faccio?

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13/09/2009 22:50
domenica, 13 settembre 2009

amanti - magritteEro così sola che all'appuntamento c'ero andata in anticipo. Per passare il tempo, m’ero messa a guardare i libri in offerta, al piano terra del Mondadori Multicenter, quello di Via Marghera.
Gente in giro: chi chiedeva i prezzi, chi sceglieva il cd nuovo. Io in mezzo, a respirare vite di sorpasso, che magari ci si sfiora con le braccia, per la calca e senti presenza. Senti che non sei da sola. Che non ci sono solo le tue braccia ad agitarsi in mezzo all'aria. A volte basta questo po’. Quando sei in una città che non è tua e incontrare qualcuno che conosci, in quel pagliaio è un azzardo.         
Faceva troppo caldo per stare sotto al cielo, avrei sudato, mi si sarebbe sciolto il trucco e "piacere"  sarebbe risultato timido, nella nostra prima stretta di mano.

Quell'appuntamento al buio m’abbronzava di curiosità.
Avevo voglia, di conoscerlo e mi sentivo davvero sola quella sera, quindi alla sua mail avevo risposto sì e sono andata.
Quand'è arrivato, ero uscita un attimo prima, a far finta che ero appena arrivata anch'io. 
"Piacere", stringiamo mani ferme: ci piacciamo.

Chi era lo sapevo, ma era un nome che passava dalle bocche, di cui si parlava. Geniale, ricco d'iniziativa.  Carino e interessante.

Simpatico, l'ho scoperto mangiando le tartine all'happy hour.

Single, perché la malattia gli aveva portato via l'amore, ho saputo, dopo la prima birra. Ci teneva a precisare che la donna l'aveva trovata, quella giusta; l’aveva conosciuta al sud, quando aveva dieci anni in meno di oggi. Di questi tempi e a Milano, sarebbe stato rarità.

Qui, un meridionale fa fatica a innamorarsi. Innamorarsi due volte, non lo so.

Non è per diffidenza, ne per differenza di clima o di dialetto. Noi del sud cresciamo innamorandoci in riva al mare, al caldo che fa belli. Le parole del primo bacio s’azzittiscono, quando il sole s’intinge nell’acqua salata, e finisce di fare giorno. Il primo bacio ti finisce, mentre si spegne la luce del giorno. Ti tramonta nella bocca. Invece, ritrovarsi per esempio, rifugiati all'happy hour del Mondadori Multicenter, non è lo stesso. Non è nelle tue corde. Ci sono odori intorno, che non fanno la stessa tua magia. Alcuni colori proprio non ci sono, e la luce cambia natura e perché. Bello il posto, ma rende ideali gli incontri di lavoro, non è galeotto, per un bacio al limoncello.

Credo.

Una volta mi sono innamorata in ascensore, quindi come al solito la risposta la sa qualcun'altro. Io provo a farmi qualche ragione.

So che a lui sembrava gli mancasse il mare, dietro ai miei capelli. Senza quello sfondo, non ero sirena che ti fa venire

voglia di tuffartici dentro, e farti corto il fiato.

E così gli sarà successo sempre, a lui che aveva scelto la donna della vita al sud. Il cocktail della sua pelle e la salsedine, l'avevano ubriacato a vita. Dopo ha solo provato rimedi, per farsi passare la sbornia.

 

Due ore a mostrare cervello, siamo stati. Le parole uscivano dalla mia bocca a cuore e lui si fermava proprio lì a sentirle: da dove uscivano.

Mi sono ritrovata in taxi insieme a lui, senza rendermene conto. Eravamo usciti, passeggiavamo chiacchierando. Lui fa un cenno al tassista e saliamo. Gli dice la via di casa sua, immagino. Ancora parole e dietro i finestrini, Milano a mostrarsi di lato. Calda, come poche altre volte prima.

Siamo entrati in una casa che era vuota. Non d’arredamento. C'era stato qualcuno che non c'era più.  Si sentiva che mancava. C’era assenza già dal pianerottolo.           
L'eco delle vite che hanno lasciato questo mondo, è come una porta che sbatte all'infinito, a un volume così basso che devi essere attento, però la senti.  E’ un fiato che sbuffa una volta, appena passi l’entrata; un addio che cigola.

Mancavano i suoi libri preferiti, perché c'erano gli spazi vuoti. E quegli oggetti che fanno personalità, mancavano. E gli odori. La casa profumava di nuovo. Come se non ci avesse mai abitato nessuno. Eppure una volta c’erano stati progetti e passi veloci, quelli delle belle notizie.

Le foto di prima erano rimaste. La vita aveva smesso di lasciare tracce.

Tutto faceva eco. I miei passi sul parquet si ripetevano e l'attesa del bacio certo, che ci saremmo dati dopo. Il suono delle sue labbra sul mio collo, che s’era allungato a prendermi, mentre io mi guardavo in giro imbarazzata, rimbombava in quei vuoti. L'eco mi turbava. Ogni rumore si ripeteva, e se è uno sbaglio, già alla seconda te ne accorgi: non potevo fare l'amore con chi l'amore lo sapeva, e non ero io. Mi baciava per bisogno. Mi toccava e io non ero. Mi sentivo cancellare nelle sue mani, come un’idea improvvisata. Come un abbaglio. Svanivo perché non ero lei. Ero un confronto fallito.       
Ogni volta che mi guardava, mi spariva qualcosa: le mani, la bocca. Appena mi ha guardato le gambe, m'è sembrato di precipitare sul pavimento. Non c'ero quasi più. Gli occhi non glieli mostravo: avrei smesso pure di vedere.

Ero la sua tristezza, la sua abitudine a non trovarla da nessuna parte. Mentre mi spogliava quasi vedevo le altre volte, immaginavo la sua delusione. Di quando apriva una camicetta e non trovava il neo di lei, spuntare dal pizzo.

"Fermati" gli dico. "Non ti conosco" ed era vero, ma non sarebbe stato il primo, che prendevo con la voglia.

Lui si ferma, perché non va neanche a lui, di scoprire che gli manca lei, su quel divano a guardarlo d'amore. M’avrebbe presa per istinto, per bisogno di sudarmi la voglia addosso.

Così altre parole sostituiscono l'imbarazzo. Ne abbiamo di cose da dirci. Lui è sdraiato e sorride. Non attacca. Tutto sembra scivolargli addosso. Gli scivolo via con calma, senza attrito.

Provo a rivestirmi e lui mi ferma. Mi prende le spalle e appoggia il mio seno sul suo petto.

"Così è bello" mi dice e mi fa cenno di appoggiare il viso sul suo petto. Resto così: ad amarlo con carezze di pelle e ciglia che solleticano. Appoggiandogli gli occhi chiusi sulla spalla, come fanno gli amanti dopo l'amore. Le parole erano diventate leggere. Il volume era un soffio grato.

Noi l'amore non l'avevamo. Eravamo entrambi nel dopo. Dopo la sua perdita, dopo la mia delusione di qualche giorno prima, dopo il patto con le nostre solitudini. Dopo anni a domandarsi "perché", così tante volte che t’accorgi che la risposta ce l'hai già e se non la trovi, è solo perché non ti piace. Eravamo dopo tutto.

Allora l'ho amato di dopo, per un’ora. È stato bello.

Intorno sentivo l'eco delle nostre memorie, dei nostri giorni belli e del vuoto che avevano lasciato. Si ripetevano gli addii, nelle orecchie del ricordo.

Eravamo due che non sanno dove andare e si erano fermati così: nudi senza senso, e senza sesso; ad aspettare che cambiasse qualcosa.

Mi ha chiamato un taxi. L'ho preso e ci siamo promessi di rivederci, ma era una frase d'educazione. Gli ho saputo leggere negli occhi un "meglio di no" e forse lui ha letto il mio.

Non l'ho rivisto perché era triste. Lui con l'amore aveva già dato e preso. E perso. Aveva negli occhi la sua scelta giusta. Lui c'era riuscito a trovare la felicità in un abbraccio, e l'ultima volta s'era raffreddato di assenza per sempre.

Non avrebbe più amato nessuna. Io ho avuto paura di occupare un posto freddo, un solco in un letto difficile, perché non c'entrava il mio profilo, in quell'altro.

Non ci siamo più cercati.

Ogni tanto ci penso a lui, a quella dolcezza, a quegli attimi d'amore che si siamo scambiati quella notte. È durato il tempo di berne un sorso appena, per toglierti la sete.

È stato come andare a vedere dov’è accaduto un miracolo, sperando che capiti anche a te. E dopo, ti viene meglio, pregare.

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21/08/2009 23:35
venerdì, 21 agosto 2009

Ho incontrato la tua idea che era estate.

Era una magia spinta, un ciuffo di sguardi bagnati. Si affacciava dalle tue labbra e la baciavo, curiosa, ogni volta che me ne capitava l'occasione.

Continuavo a domandarmi come mai mi venisse voglia di prendere tutti i miei prossimi giorni e riempirli di risate. La tua idea correggeva la mia storia, con oggi intensi e diversi. Nuovi.

Scivolava tra i pensieri come ghiaccio su ogni ieri, che slittavano indietro. Non avevo tempo, per fermarmi a raccoglierli: c'erano i nostri giorni di risate, da prendere. Non li ricordavo più, quelli di prima.

Scivolavi come fuoco su ogni domani, che mi scottava nelle mani una voglia innata della tua attesa.

La tua idea non è mai stata in un'intera frase. Ha camminato insieme a noi, in tutti le parole dei nostri oggi. Pazza. Viva. Accennata. Di notte mi copriva di sospiri; nel silenzio riuscivo quasi a capirla tutta, ma poi mi sfuggiva. La voglia mi depistava e dimenticavo cosa volevo capire e di capire. Perdevo il filo dei ragionamenti e seguivo solo la tua forza. Capivo me e te. Capivo un istinto che mi girava nella testa e lo chiamavo con nomi irripetibili.

Eri un segreto vestito bene, che mi distraeva. Non riuscivo a mettere a fuoco il pensiero di te. Mentre ti guardavo, infuocavo. Intuivo solo desideri e sceglievo lamenti notturni. E ti chiamavo, ogni notte.

Se chiudevo gli occhi, mi sembrava quasi di capire, per un attimo. Imparavo che il gusto della mia vita aveva il tuo pepe dentro: allegro, curioso. Giovane come un pensiero, quando l’hai appena ragionato. Piccante.

Intuivo che, anche se t'avessi perso, saresti rimasto dappertutto, a insaporire le mie teorie con quest'idea che imparavo con te, pur avendola conosciuta per tutta la vita.

E così è stato. Ogni volta che ci siamo detti addio. Ed è successo tante volte; tante quante ce ne vogliono per strappare radici: una non basta neanche a smuovere il terreno. Te la devi sudare la libertà, quando la felicità s’allarga.

E pensare che ne ho avuto paura per anni, perché non dura. D’averla, dopo perderla, e poi? Nessuno mi ha insegnato come farne a meno. Con te avevo solo imparato a baciarla. Ma la felicità se ne va sempre. È un fatto.  Dura giorni, ore. A volte vive il tempo di guardare la bocca che ti sta per baciare e quello che viene dopo ha già altri nomi. La felicità è una risata: inutile sperarla per la vita. Mi toccava dalle tue mani, però.

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03/08/2009 00:18
lunedì, 03 agosto 2009

libroC’era una volta mi partorisce. Il primo capitolo ascolta la mia prima parola e un incipit guida i miei primi passi.
I ricordi li nascondo dietro pagine numerate. La mia adolescenza si trova a pagina trentatré di un libro dalla copertina rigida.
Quando morirò sarà solo l’ultimo capitolo, tra gli altri e non soffrirò il buio né il silenzio, perché crederò di rinascere in un nuovo racconto e vorrò sapere come va a finire.
Spirerò in una pagina bianca e sentirò il fruscio dolce di una tra quelle che ho riletto.
Vissero felici e contenti mi seppellirà senza fiori su una foto che non mi somiglia neanche più.
Nascerò, per ogni storia nuova.
Ogni volta avrò un nuovo viso, un'altra voce, un nome diverso.

Ieri ero Chiara. Oggi sono nata Federica. Ho una storia da cinquantamila parole e desideri da quarantamila.

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20/07/2009 11:06
lunedì, 20 luglio 2009

Colleziono ricordi, in album di pagine scritte in Times New Roman. Ripasso le felicità, evidenzio gli errori, colorandoli di giallo. E mi accorgo che invecchiano anche i desideri, o te ne dimentichi, come quando guardi la foto di un compleanno e non ricordi come si chiama quel tale che addentava la pizza.
Rughe invisibili attraversano i contorni dei pensieri di un tempo.

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18/07/2009 14:19
sabato, 18 luglio 2009

sala d'attesaSpesso le persone si gustano l'attesa, come se fosse l'esaltatore di un imminente piacere.

Nella mia testa si traduce in una meno nobile sala, d'attesa. Un posto della nostra coscienza in cui invece di fare qualcosa (atto che ci metterebbe in discussione, ci farebbe rischiare ma almeno i nostri neuroni non se ne starebbero a volteggiare nell'ozio probabilmente propizio); invece di assaporare un piacere che si può vedere, toccare, che ci può mancare o ferire, ma che almeno è... si aspetta incomprensibilmente che accada qualcosa. E ci si guarda in giro fantasticando, rigirandosi i pollici con aria struggente, braccia conserte a mò di chiusura, verso tutto il resto che accade intorno, sperando che si apra la porta di quell'azione e che una voce ci chiami.

Prima di questa fantomatica chiamata, s'immagina, si pregusta un piatto che non si sa se qualcuno sta davvero cucinando.

Meglio leggere un libro o prepararsi un panino, mi dico.

Discorso che mi fa apparire come una persona dalla scarsa pazienza, a ragione. Il problema è che le attese hanno anche il brutto vizio di aumentare ingannevolmente il valore reale delle cose. Capita proprio come in quelle sale d'attesa. Stanze bianche, un tavolino ikea al centro. Pile di riviste che raccontano scoperte e fatti di almeno sei mesi prima. Intorno a te, altre persone, distratte e con lo sguardo rivolto verso una di quelle riviste obsolete. Sguardi scaduti. Quando per noia ti metti a fissare stampe di dubbio gusto, con lo stesso interesse che ci metteresti se ti trovassi al Louvre.
Il che è uno spreco di diottrie.

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24/02/2009 21:27
martedì, 24 febbraio 2009

A forza di ripeterselo, che stanno bene così, che la loro vita è proprio come dovrebbe essere, che stanno bene così, che la loro vita è proprio come avrebbe dovuto essere; che ormai non sono più frasi, quelle, ma vere e proprie filastrocche.
Tre tigri stan bene così. La vita dell'Arcivescovo di Costantinopoli è proprio come dovrebbe essere.
Sotto il ponte di baracca c'è Mimì che t'insegna l'arte della negazione.

 

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04/12/2008 03:12
giovedì, 04 dicembre 2008

Quando arriva, la fine, è accompagnata dal bisogno di credere che avremmo potuto fare qualcosa di meglio, illudendoci che ci sia ancora qualcosa da salvare.
Crediamo di riuscire ad ingannarla davvero. Ripensandola diversa. Noi, più coraggiosi di ieri. O con quella chance che non c'era, quando serviva.
Ogni fine si trasforma nella Prossima Volta, migliore.
E ci sentiamo eterni.

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22/09/2008 13:52
lunedì, 22 settembre 2008

Sarò dappertutto.

In tutte le lenzuola che da domani gualcirai, mi troverai. Il confronto della mancanza avrà le mie forme e profumerà la trama dei tessuti.

Cercherai la mia allegria, mentre ti sorridevo dai cuscini e t'invitavo al nostro gioco preferito e a volte ti sembrerà quasi strano, che quel viso nuovo che ti guarderà, uno diverso al giorno, lo so, non sarà il mio, quando con occhi sgranati ti guardavo farmi l’amore ed era la prima volta che ringraziavo la Fortuna e poi anche te.

Mi cercherai ovunque, tu che hai voluto perdere, cercherai la vittoria in posti dove non ci sarà.

Non è da nessuna parte se non qui, dentro alle mie tasche che riempivo delle mani che non stringevi.

E' rimasta lì la tua vittoria e non si può più pescare.

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11/09/2008 22:25
giovedì, 11 settembre 2008

Non avevo mai camminato sulle mani, eppure era così che mi

sembrava di andargli incontro.

Avessi avuto la mia solita andatura, mi sarei messa a correre, come sempre e nella direzione opposta.

Era come se le mie mani si arrampicassero sull’asfalto, palmo dopo palmo, come a plasmare quella distanza e renderla meno vertiginosa. Tentavano di creare orme di carezze che non avrei mai dato a lui. Non più comunque.

Ero scappata e poi tornata da lui molte volte. Una di troppo, sicuramente.

Ormai me n’ero liberata. Almeno era ciò di cui mi ero convinta.

Spesso capita che ciò di cui ci si convince diventi un fatto e io mi ero convinta di essere finalmente uscita da quella storia.

Mi ero liberata di lui e non c'era modo d’impormi di tornare indietro, in quel punto del tempo dove ridevo come una ragazzina, per gioia incontrollabile, e lo volevo ad ogni costo. Anche a costo di scappare ogni volta che mi deludeva, per il timore che la delusione rovinasse quel bello che è celato dietro ad ogni intenzione.

Che si salvasse almeno la felicità potenziale.

I desideri vanno protetti e io volevo proteggere i miei: fuggendo lontana da esiti che nulla avevano a che vedere con quello che l’amore avrebbe potuto darmi.

E' che mi aspettavo delle cose da lui, avevo deciso che le cose che sognavo dovessero arrivare da quelle mani grandi, eppure delicate che profumavano di uomo, ma toccavano come un ragazzo. Però, quelle cose non erano arrivate. Quindi cosa mi restava da fare, se non scappare?

La prima volta che ero scappata, la delusione bruciava nelle guance l’umiliazione delle lacrime esibite proprio a lui; poi però, dopo un po’ ero tornata, anche se avevo smesso, di colpo, di aspettare che quelle sue mani da ragazzo portassero per me quelle cose per le quali ogni sorriso ha un motivo valido per illuminare la stanza.

Ero tornata da lui perché non avevo ancora smesso di desiderare quelle mani, ma adesso erano semplicemente mani grandi, eppure delicate che profumavano di uomo, ma toccavano come un ragazzo ed erano mani vuote.

Scritto da Eleonora Lo Iacono © permalink | Leggi i commenti
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