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Ambarabà ciccì coccò A forza di ripeterselo, che stanno bene così, che la loro vita è proprio come dovrebbe essere, che stanno bene così, che la loro vita è proprio come avrebbe dovuto essere; che ormai non sono più frasi, quelle, ma vere e proprie filastrocche.
Tre tigri stan bene così. La vita dell'Arcivescovo di Costantinopoli è proprio come dovrebbe essere.
Sotto il ponte di baracca c'è Mimì che t'insegna l'arte della negazione.
Scritto da Eleonora Lo Iacono ©
infinito Quando arriva, la fine, è accompagnata dal bisogno di credere che avremmo potuto fare qualcosa di meglio, illudendoci che ci sia ancora qualcosa da salvare.
Crediamo di riuscire ad ingannarla davvero. Ripensandola diversa. Noi, più coraggiosi di ieri. O con quella chance che non c'era, quando serviva.
Ogni fine si trasforma nella Prossima Volta, migliore.
E ci sentiamo eterni.
Scritto da Eleonora Lo Iacono ©
Tempi andati 
Sarò dappertutto.
In tutte le lenzuola che da domani gualcirai, mi troverai. Il confronto della mancanza avrà le mie forme e profumerà la trama dei tessuti.
Cercherai la mia allegria, mentre ti sorridevo dai cuscini e t'invitavo al nostro gioco preferito e a volte ti sembrerà quasi strano, che quel viso nuovo che ti guarderà, uno diverso al giorno, lo so, non sarà il mio, quando con occhi sgranati ti guardavo farmi l’amore ed era la prima volta che ringraziavo
Mi cercherai ovunque, tu che hai voluto perdere, cercherai la vittoria in posti dove non ci sarà.
Non è da nessuna parte se non qui, dentro alle mie tasche che riempivo delle mani che non stringevi.
E' rimasta lì la tua vittoria e non si può più pescare.
Mi cercherai nelle risate che procuri alle ragazze, quando ti trasformi nel giullare della notte, con la voce resa roca dall’Heineken di troppo, ma non ci saranno le note della mia gola divertita e tu la sentirai la mancanza del mio suono: non ci sarò a compiacermi del finale dei tuoi racconti.
Quei racconti che non erano niente di speciale ma li amavo perché me li sapevi raccontare. E ti guardavo in attesa mentre ti dicevo “Raccontamela ancora” e tu mi raccontavi lei storie che avevo già sentito dalla tua bocca, come una bambina che vuole risentire la sua favola preferita, prima d’addormentarsi, sperando di sognare il principe di quella fiaba. E tu me lo facevi di notte, quest’altro gioco, prima di prendere il fumetto da sfogliare insieme, che tu reggevi e io leggevo, con la testa appoggiata sulla tua spalla.
Una riga da leggere e un po’ del tuo profumo da rubarti dal collo.
Ricordi? Certo, ancora sì.
Mi cercherai tra altre venti coppie di gambe che t'insegneranno la strada che non ti sazi mai di scoprire. E quando la prenderai, cercherai il morso caldo che ti aveva stretto nell'amore per il mio sesso.
Mentre ad occhi chiusi cercherai l'estasi in una pelle nuova, sempre diversa, una diversa al giorno, lo so, sommando odori, sottraendo confessioni: il risultato non sarò io.
E lo capirai come un abbraccio al vento, un vuoto, l’assenza di una risposta che t’aspettavi e invece ne hai trovata un’altra. Diversa. Non come te l’avrei detto io.
E continuerai a cercare la tua risposta, a provare che la tua ragione sta nelle serate brave, piene di quel nulla popolato da facce strane, volti conosciuti e amici nuovi. Tenterai di trovare la conferma nella sicurezza del tuo locale preferito, tra tavoli consueti e io sarò un'ombra su qualche sedia che avevo occupato tempo fa, grigia come il ricordo che vorrai ignorare, perché quell'ombra non ti sorriderà come sapevo fare, quand'ero colorata di presente e sorridevo di tutti i domani che volevamo.
Potrai sostituirmi, sommando occhi. Trecento altri baci dovrai assaggiare e in ognuno di questi resterà un pensiero, tra lingue che si esplorano per la prima volta.
Dov’è lei? Dov’è il nodo della sua bocca nella mia?
Ricorderai ancora per un po’ le tue notti silenziose, a far l'amore con la tua solitudine. Come certe sere che ancora ti prende la voglia di pensare ai miei fianchi circondati da tutte le tue fantasie.
Lì farò fatica a scomparire perché io non te l'ho chiesto e forse tu non lo volevi neanche. E' stato il desiderio che brucia a farmi occupare il film di tutte le tue voglie.
Perché abbiamo sommato troppe confessioni nel salotto della tua intimità.
La scoperta di noi finalmente adulti, a volte troppo presto, a volte con orgoglio e ci si raccontava la vita, ci confessavamo gli eccessi di ragazzi, oppure si faceva l'amore con la voce che diventava bassa; un soffio di desiderio erano le parole e le mie mani cieche ti esploravano chiedendoti di sostituirle con le tue.
E poi l’abbiamo finita, questa storia bella.
L'amore come ci sfugge. A volte mi sembra come un dente che fa male e credi che prima o poi ti porterà alla pazzia se non te lo stacchi da dosso il prima possibile.
Ce lo estirpiamo dal petto senza sapere che è reato e poi pulsa di mancanza e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. Così ritorniamo a cercarne un altro da attaccarci al petto come spilla sanguinante.
Siamo dentro al cerchio dell'amore perché viviamo. Non possiamo evitarlo.
Perché le mani cercano e le parole ci saltano via dalla bocca e nonostante le promesse, invitiamo alla prima sera e poi avanti e poi succede come a noi due, che eravamo belli e si resta invischiati e ce lo attacchiamo al petto come spilla sanguinante e poi ci vuole uno bravo ad estirparci tutta quella meraviglia. E ci perdiamo e poi pulsa di mancanza, e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. E poi ancora. E da capo.
Mi cercherai dentro gli occhi di tutti questi nuovi sguardi, di queste strette di mano che promettono una notte di spasso e domani chi s'è visto s'è visto.
Lì ci sarò di sicuro perché quelle sono la tua cura contro di me. Contro questo sentimento che t’ha sempre fatto paura. E io, dal canto mio, non te l’ho mai risparmiato, anzi. Più ne avevi paura più te ne davo e tu lo stesso.
Seppelliscimi di ricordi nuovi, così scomparir, vedrai
Il giorno in cui t’innamorerai ancora, tornerò solo per un attimo, nei tuoi ricordi. E penserai che ho sempre ragione io, che era per questo che ti facevo sempre arrabbiare e anche questa volta ti arrabbierai: era come avevo previsto. E sorriderai: l’amore ritorna, prima o poi, si resta invischiati e ce lo attacchiamo al petto come spilla sanguinante e se poi non va, ci vuole uno bravo ad estirparci tutta quella meraviglia. E ci perdiamo e poi pulsa di mancanza, e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. E poi ancora. E da capo.
E tornerai a rivedere i nostri giorni e mi sorriderai: “Avevi ragione tu, sei sempre la solita” mi dirai, scegliendo il giorno più bello dov’eravamo insieme, per ricordarmi grigia.
Io no.
Io aspetterò che scompari.
Piano piano te ne andrai. Ho imparato quest’altro gioco, tempo fa.
Il tempo mette ordine e cancella.
Ci perdiamo e poi pulsa di mancanza, e diventa ricordo e poi niente. Poi scompare anche il minimo dolore e ce ne dimentichiamo. E poi ancora. E da capo.
Scrive questa lettera che non spedirà, seduta sulla poltrona lato finestrino di un Eurostar pieno di sconosciuti dei quali non s'interessa.
Qualcuno la guarda e si domanda che dolore stia causando queste lacrime, che le spinge le mani a scrivere senza sosta in un’agenda rossa.
E piange. Non ha mai smesso da quando ha guardato il foglio bianco e sapeva che lì ci avrebbe scritto i suoi ultimi pensieri.
Ha pianto per una fine, perché forse quella era stata l'ultima volta che vedeva la sua città e per somma, visto che se le teneva strette alle palpebre da giorni, quelle goccioline di tristezza.
Ha pianto per tutto quello che c'è stato e per quello che non ci poteva essere.
Ha pianto per motivi che non sa. Così: le veniva da piangere, in certi momenti, senza una vera ragione.
E poi perché si sentiva stupida. Ha sempre saputo che sarebbe finita proprio così. Con un niente. Con uno sguardo al presente che confermava che i giorni belli se n'erano andati. Che era stato tutto uno scherzo.
Si ricomincia, avrebbe pensato in quella fine. Anche stavolta non è andata.
Tutte le volte che l'aveva allontanato, tutte le volte che non voleva più sentirlo, lo aveva fatto per questo: non voleva vedere quella fine.
Non era mai scappata veramente da lui, ma da quella fine.
Invece, nonostante le precauzioni, la saggezza, e l'intuito: quella mattina c'era stata dentro, a quella fine.
Aveva solo allungato la strada, per trovarsi comunque in quella piazza senza uscite: fine della corsa.
E dentro a una fine si piange, no?
Vera o presunta.
Quando un film finisce male, si piange, no?
Almeno, lei è una di quelle persone che se un film finisce male, piange.
Allora si era appoggiata al finestrino del treno e aveva cominciato a scrivere e a piangere, mentre dal finestrino scorreva il bel panorama. Piangeva pure su quello: sulla bellezza che le scorreva intorno, inafferrabile.
Piangeva senza rumore, tranne il ronzio dei pensieri che alimentavano quel senso di sconfitta tipico di una fine come quella. Una fine tipica.
Scende dal treno e pensa che è buffo come passiamo la vita ad aspettare che succeda qualcosa: un giorno indimenticabile, una vacanza speciale, un mese d'amore. Non tenendo conto di quanta fatica ci vorrà dopo, per riuscire a farne a meno per il resto della vita.
E come a una certa età si comincia a diventare ottimi storditi, a utilizzare la memoria a nostro piacimento, per riuscire a toglierci dalla testa, per esempio, il sapore di una bocca che se te la ricordassi bene, smetteresti di baciare per sempre.
Perché sarebbe baciare una mancanza. Appoggiare labbra, su labbra che non sono quelle.
Non è che abbia qualcosa che non va, quella bocca nuova. Solo: non è quella.
I ricordi hanno sapori dimenticati, le è venuto da pensare.
Ha pianto per l'affronto alla bellezza.
Ha pianto perché stava dimenticando una bocca.
Ha pianto perché aveva trovato la perfezione in un abbraccio e se ne sarebbe dimenticata.
Ha pianto perché stava diventato grande, con la memoria piccola.
Ha pianto perché avrebbe dimenticato il perché.
Appoggia la lettera su una panchina. Binario 14.
Qualcuno forse la leggerà. E poi se ne dimenticherà.
Acrobazie
Non avevo mai camminato sulle mani, eppure era così che mi
sembrava di andargli incontro.
Avessi avuto la mia solita andatura, mi sarei messa a correre, come sempre e nella direzione opposta.
Era come se le mie mani si arrampicassero sull’asfalto, palmo dopo palmo, come a plasmare quella distanza e renderla meno vertiginosa. Tentavano di creare orme di carezze che non avrei mai dato a lui. Non più comunque.
Ero scappata e poi tornata da lui molte volte. Una di troppo, sicuramente.
Ormai me n’ero liberata. Almeno era ciò di cui mi ero convinta.
Spesso capita che ciò di cui ci si convince diventi un fatto e io mi ero convinta di essere finalmente uscita da quella storia.
Mi ero liberata di lui e non c'era modo d’impormi di tornare indietro, in quel punto del tempo dove ridevo come una ragazzina, per gioia incontrollabile, e lo volevo ad ogni costo. Anche a costo di scappare ogni volta che mi deludeva, per il timore che la delusione rovinasse quel bello che è celato dietro ad ogni intenzione.
Che si salvasse almeno la felicità potenziale.
I desideri vanno protetti e io volevo proteggere i miei: fuggendo lontana da esiti che nulla avevano a che vedere con quello che l’amore avrebbe potuto darmi.
E' che mi aspettavo delle cose da lui, avevo deciso che le cose che sognavo dovessero arrivare da quelle mani grandi, eppure delicate che profumavano di uomo, ma toccavano come un ragazzo. Però, quelle cose non erano arrivate. Quindi cosa mi restava da fare, se non scappare?
La prima volta che ero scappata, la delusione bruciava nelle guance l’umiliazione delle lacrime esibite proprio a lui; poi però, dopo un po’ ero tornata, anche se avevo smesso, di colpo, di aspettare che quelle sue mani da ragazzo portassero per me quelle cose per le quali ogni sorriso ha un motivo valido per illuminare la stanza.
Ero tornata da lui perché non avevo ancora smesso di desiderare quelle mani, ma adesso erano semplicemente mani grandi, eppure delicate che profumavano di uomo, ma toccavano come un ragazzo ed erano mani vuote.
Vivevo ogni nostro incontro senza attese, senza gratitudine verso il destino che ci aveva fatti incontrare, senza la gioia di toccarlo.
Viversi così, senza desiderarsi e sognare, è amare per inerzia. Con sufficienza, come subire la corrente delle circostanze, senza domandarsi se ci sta conducendo in quei luoghi per i quali siamo destinati.
Quel genere di amore non ha posto nel mio cuore, non ha posto nel cuore di molti; allora ero scappata ancora e avevo provato a stare senza di lui. Avevo sentito quel freddo che trapassa, quando avevo provato sul serio ad immaginarmi senza quelle mani da ragazzo
mani vuote
e senza quel calore: un calore così intenso che una notte d’inverno mi aveva obbligata a scappare da sotto le coperte e dirgli ridendo
“ho caldo, aiuto, qui brucia tutto!”
Eravamo noi due, che sotto quelle coperte, creavamo uno strano effetto, un effetto chimico, che ci faceva bruciare. Da scaldarcisi tutta un’intera stagione, con quel calore, senza bisogno di altro che non fosse pelle e fiato e qualche chiacchiera dopo l’amore.
Poi ero tornata ancora, come una sopravvissuta a quell'idea,
all'idea di perderlo; eppure ero contenta di essere tornata, di rivederlo, ma solo come lo si può essere quando ti capita di rivedere un vecchio amico, Il cuore batteva un po’ di più e le labbra tremavano per la voglia di quelle labbra
labbra da ragazzo
ma non era come rivedere qualcuno che puoi amare.
Era qualcosa di meno.
E' che sapevo che sarei scappata ancora. E' così che mi succede tutte le volte: scappo. Avevo visto che quell'amore può finire e sapevo che tutte le volte che avrei sentito ancora quel freddo dentro, quel freddo che trapassa, sarei fuggita. Per paura, per consapevolezza o semplicemente perché non so resistere a quel tipo di freddo, perché è un freddo che ti gela le emozioni.
Magari non sarei fuggita sempre per davvero. Sarebbero fuggiti a volte solo i miei pensieri, oppure i miei sogni.
Ero certa che sarei scappata ancora, oppure sarebbero fuggite le mie attese e sarei stata diversa.
Diversa al punto da non essere più me.
Sarei stata diversa e questo avrebbe fatto cambiare anche lui, perché avrebbe sentito di aver perso qualcosa. Non avrebbe capito subito che gli sarei mancata io, perché mi avrebbe vista, toccata, avrebbe continuato ad accarezzarmi le palpebre, come faceva sempre, con la punta di quelle dita grandi. Eppure gli sarei mancata.
Un particolare per volta sarebbe sfuggito dal nostro consueto scenario e poi avrebbe cominciato ad odiarmi. Si sarebbe accorto ad un certo punto di avere di fronte un'altra me e avrebbe cominciato ad odiarla, quell'altra me, così diversa dalla donna della quale si era innamorato o infatuato o quel che provava. Perché non avrei mantenuto quella promessa tacita che ci si fa sempre, quando ci s'innamora. Quella di non cambiare, di restare e conservare quell'espressione negli occhi, quel modo di mettere le mani in tasca o di sorridere.
Restare quelli che si era quando quella scintilla aveva saldato
quelle vite.
Una promessa che se non si mantiene, si trasforma nella fine.
Poi, però era arrivata quella notte. L’ha portata con se la realtà. Ci sono volte fortunate in cui la realtà si prende il suo posto con tanta determinazione da rendere certe convinzioni, delle semplici opinioni e ti ricorda che non sempre sei tu a decidere che significato ha una tristezza.
Io, non so perché, ma anche se ero convinta che sarei ancora scappata, comunque gli andavo incontro. Mi sembrava di camminare sulle mani, sì, come se una parte del mio sogno si fosse trasferito nella realtà e mi imponesse di avvicinarmi a lui, privandomi della possibilità di correre via.
Io mi avvicinavo e la realtà mi pioveva addosso come una doccia bollente, nel momento in cui avevo più freddo e mi portava nella vita, quella notte, il calore che serve per restare. Dai piedi alla testa.
Ero appena tornata dall’ultima fuga e come avevo promesso a me stessa, avevo smesso di chiedergli quello che mi aspettavo da lui, per sentirmi sicura e poter dare anche ad una semplice carezza un'occasione per arrivare a lui calda, mai tremante di paura o di cenni di preoccupazione.
Sentivo una libertà innaturale ma allo stesso tempo entusiasmante, nel non chiedergli più niente, per temporeggiare, per averlo ancora un altro po', prima della fine, perché sapevo che sarebbe finita comunque; volevo averlo per un altro po’, e prendere solo quello che lui riusciva a darmi e me lo sarei fatto bastare, per quella sera. Quella sera io camminavo sulle mani e il disincanto, le paure e le promesse non mantenute erano ancora nella mia testa, ma sottosopra, in ordine inverso.
Ero di nuovo libera da ogni controllo. Potevo rilassarmi e assaggiare quell'amore senza redini, senza metterlo in nessun binario, senza la tristezza della delusione e potevo ricordare com’era bello, all’inizio, anche solo restare seduta ad ascoltare i suoi racconti. Semplicemente eravamo dove dovevamo essere e stavo bene, li dov'eravamo, insieme.
Quella notte però qualcosa aveva cambiato anche lui, oppure si era solo arreso alle emozioni e ogni cosa aveva assunto la giusta misura, quella misura che ti potrebbe mettere in pericolo perchè ti rende vulnerabile ma corri comunque il rischio. Quella misura autentica che si manifesta solo quando si ha coraggio dei propri desideri e si lascia franare ogni autocontrollo, che rovina solo il gusto di certi baci.
Io avevo sempre voluto solo quello da lui: che mi vivesse senza autocontrollo. Ed era stata una notte come la desideravo.
Il giorno dopo mi ero svegliata con una raccolta d'immagini che potevano essere sogni un po' azzardati, se se ne facessero di sogni così.
Scandalosi, intrisi di un piacere che forse esiste davvero, circondati di parole che non osavo ripetermi e di promesse che erano sogni fatti insieme. Frasi che i muri della casa, mi ripetevano come a prendersi gioco di me, oppure per regalarmi un altro po' di quella notte, nei ricordi e negli odori che erano rimasti, oppure in quel bicchiere vuoto che lui aveva appoggiato sul tavolo, non prima di aver lasciato l'impronta delle sue labbra
quelle labbra da ragazzo.
Non so ancora se potrà durare, se smetterò di scappare, ma era bello per me quella mattina, immaginare di poterlo avere davvero, tutto quel sogno. Anche se non avessi potuto averlo, quella mattina non era un problema.
Se non avessi potuto averlo, avrei conservato il ricordo di quella notte, una notte che era stata tutta una vita. Per quello che c'era stato e per la conferma che si possono vivere certe notti che sono tutta una vita. Quello che sogno non è più solo una fantasia, da quella notte.
E ricominciava a scaldarsi qualcosa, in mezzo al freddo del mio disincanto.
Quella mattina mi domandavo se anche lui s’era accorto di com’era stato e per me sarebbe stato già tanto, se mi avesse voluta come si dovrebbe volere, che non si sa per quanto tempo, ma che mi avesse voluta come io voglio lui: come se senza, ti cambiasse il gusto di ogni altra cosa e senti di essere con le spalle al muro, perché indietro, dopo notti come quella, non si riesce proprio a tornarci. Perché il resto scolora e diventa insipido, paragonato a quell’accecante rosso e a quel corpo saporito.
Ogni momento tra me e lui, quella notte, era stato un inedito e in amore, ad una certa età, comincia uno scoraggiante già visto che fa perdere il gusto anche di una semplice stretta di mano.
Era inedito ogni istante, quella notte, anche gli sguardi. Come ritrovarsi a passeggiare per Milano e trovare per caso un localino perfetto per quella sera, con il jazz a fare da sottofondo alle chiacchiere, ed entrare anche se avevamo già cenato, per mangiare anche solo almeno un dolce e brindare con due bicchieri di passito, che ne valeva la pena, ché quella sera era lo scenario perfetto; e pensare che quel locale poteva trovarsi proprio in quel punto preciso della città, oppure in qualsiasi altra parte del mondo e noi essere in vacanza, tanto l’atmosfera era uguale.
Sì, avremmo potuto essere anche a Parigi in quel momento, per esempio, che da li la porta d’ingresso neanche si vedeva, ma dentro era come se si fosse stati in un posto da ricordare, di quelli che quando ti ci trovi dentro, ti viene un illogico impulso di comprare un souvenir qualsiasi, perché sai che dopo, quando non sarai più li, in quel posto perfetto, con l’atmosfera perfetta, avrai bisogno almeno di toccare una cosa qualsiasi ma che arrivi da quel lontano, indimenticabile punto del tempo in cui ci si sentiva da qualsiasi parte, una parte meravigliosa del mondo, a caso, ma la più bella.
Eravamo noi due ad essere meravigliosi, ma il complimento se l’era preso quel bel localino, con il jazz a fare da sottofondo.
E poi, mentre quella notte, che non avrebbe dovuto finire mai, si faceva sorpassare dall’alba, noi ci scoprivamo ancor svegli, nudi e con quel senso di stanchezza dolce, a leggere insieme lo stesso fumetto, prima di addormentarci; appiccicati e sazi di passione e amore e sesso, che c'erano dei punti in cui si confondeva tutto e non si sapeva se era amore o passione o sesso o un'altra parola migliore.
Sazi, ma non ancora di toccarci tra una pagina e l’altra, per non farla finire mai una notte così.
Bisognerebbe prendersi cura di tutta quella meraviglia.
In fondo io volevo solo quello da lui: che non sprecasse quella meraviglia.
“Magari avrai smesso di scappare, prima di quel giorno”.
“Speriamo”.
E volevo tanto scappare ancora, perché quella notte così perfetta mi avrebbe messa nei guai, però ne volevo ancora di notti perfette come quella e allora, quando il giorno dopo l’ho rivisto, di nuovo le mani si arrampicavano sull’asfalto, palmo dopo palmo, come a plasmare quella distanza e renderla meno vertiginosa, tentavano di creare orme di carezze e con i palmi incerti, mi avvicinavo a quell’incertezza, e così, a testa in giù, mi domandavo se qualcuno di noi sarebbe stato disposto a prendersi cura di quella meraviglia o se sarebbe finita in fondo a un desiderio buttato, in un buio che nasconde tutti le altre occasioni che avrebbero potuto essere.
E’ che certe meraviglie non si trovano proprio dietro l’angolo, neanche se scavi. Forse se si accarezza ogni distanza, come facevo io quel giorno, camminando sulle mani e a testa in giù i sogni, per una volta m’indicavano la strada.
Mi esibisco in acrobazie
nelle piazze del pensiero
in cambio di occhi
che riconoscano la mia danza.
Non ho cartelli per chiederti
spiccioli d'attenzione
ne abbastanza voce
per spiegare i sensi.
Sono un artista della strada
per arrivare al mio sogno.
Continuerò ad esibirmi
aspettando di sentire un tintinnio
Edit: Pubblicato nell'antologia "Scrivi con lo Scrittore - A.S.I.MOV." Ed. Giraldi.
Scritto da Eleonora Lo Iacono ©
La bambina con le autoreggenti
Nuvole d'organza bianca e macchie scure; e un fumetto intorno alle labbra, di fumo di sigaretta, vapore acqueo e pensieri che si raffreddano, per mancanza di un orecchio che li raccolga; intorno a quelle labbra da bambina, nascoste da un rosso da donna.
Fa freddo ma lei non sembra farci caso, così poco vestita eppure indifferente al gelo intorno. Mi viene da pensare che faccia più freddo dentro che fuori, dalle sue parti.
La nebbia mi circonda con il suo velo bianco, è dappertutto: intorno alle cose, alle auto parcheggiate, ai ragazzi che fumano all’entrata del locale, a qualcosa che sta passando dall’altra parte della strada ma che non riesco a capire cosa sia, e a Lara che, per puro caso, si trova davanti la donna che ha fatto soffrire l'uomo che pensa d’amare.
Circondata da nuvole d’organza.
L’unica donna che lui aveva amato. Molte volte si sarà domandata che occhi avesse quella donna, e che cosa avesse di tanto speciale per essere riuscita a farlo innamorare. Me lo sono chiesto tante volte anch’io, dopo: per staccarmelo da dentro con le unghia e buttarlo nel primo caminetto a portata di mano.
La nebbia è intorno a noi, come se fosse li per toglierci l'imbarazzo di ritrovarci da sole: io, Lara e l'organza di quel fumoso contorno, morbido censore che scolora persino le idee, la sorpresa e i rimasugli dei miei ricordi neri.
Respiro piano, senza fretta e quelle macchie nere di ricordi, dentro, a rovinarmi una serata che prometteva una coperta calda ad attendermi a casa e cuscini di sogni.
Invece eccola: l'ennesima ragazzina nelle mani di un carnefice che a quanto pare non ha perso quel vizio.
Il vizio di picchiarle.
Si vede dai suoi occhi, perché sembrano i miei, di una vita fa: occhi bassi e una vergogna mal celata da troppo trucco.
La guardo e mi viene quasi voglia di rientrare nel locale per cercarlo e chiedergli quando smetterà di ridurre in questo stato le ragazzine. Ragazzine, perché a lui piacciono quasi ventenni: facilmente plagiabili, più appetitose se hanno anche bisogno di una spalla sulla quale appoggiarsi, per stimolare gratitudine e voglia di sdebitarsi. A qualsiasi costo.
Invece eccomi qui, come a guardare la mia vita precedente attraverso un vetro annebbiato e questa quasi ventenne vestita da puttana, la sua puttana, mentre avrebbe dovuto trovarsi da qualsiasi altra parte. Qualsiasi, perché ovunque sarebbe stata salva, ma non li.
Sta piangendo Lara, qui in mezzo alla nebbia e a ragazzi che parlano tra loro e che non si accorgono che a un palmo dal loro naso, una bambina si sta domandando come abbia fatto a cacciarsi in questo guaio. In una mano regge un bicchiere vuoto e nell’altra una sigaretta fumata per metà. Sta guardando qualcosa.
Mi sembra di averla già vista una scena del genere, solo che la ragazzina dei miei ricordi aveva la mia faccia.
Le vado incontro e le dico “Ciao, ti va un caffè?"
"Non ti conosco" mi risponde mentre lancia la sigaretta.
"Hai accettato cose ben peggiori da sconosciuti. Un caffè è innocuo e non lascia lividi". Chi me la da tutta questa certezza che Lara non reagirà mandandomi a quel paese? "E poi mi conosci. Sicuramente avrai visto delle mie foto, in ginocchio”.
Quest’informazione sembra svegliarla, pensa un attimo e dice soltanto "Tu?"
"Sali?" e le indico la mia macchina parcheggiata proprio li davanti.
Lara sale in macchina senza dubbi e andiamo a prendere un caffè, sui navigli. Dalla parte opposta della città. Sembriamo la strana coppia: la preda e la fuggiasca.
“Non so perché sono qui con te, forse mi si è annebbiata anche la testa stasera. Ma tu ce l’hai scritto in faccia che hai bisogno d’aiuto e so che tipo di aiuto occorre in serate come queste. So che cosa ti fa”.
Laura piange ancora. Sembra che non abbia mai fatto altro nella vita che piangere, questa ragazzina. Le chiedo di non raccontarmi nulla, non ho bisogno che mi spieghi perché si trovava mezza nuda con questo freddo, alle due di notte, davanti ad un locale e quale sia l’ennesima colpa che quell’uomo ha commesso, facendo crollare temporaneamente il finto castello di certezze che crea intorno alle ragazzine delle quali abusa.
Il cameriere ci porta i caffè e posticipa di qualche istante la domanda secca che Lara mi spara li, sul tavolino:
“Com’è andata davvero fra voi due?”
Stasera, il dubbio comincia a farsi strada nella sua testa e Lara ha voglia di nuove versioni.
Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.
“Eravamo invincibili. Da far invidia”.
Questo vorrei raccontarle.
E poi “l'amore finì, come a volte accade”.
“Eravamo l'incontro perfetto”, vorrei dirle, “di quel calore che avvolge e di quel freddo residuo di precedenti abbagli e di altre solitudini.
E ci scaldavamo.
In un letto teatro di perfezione o in giro per le vie della sua città. Passeggiando i nostri sogni e le nostre confidenze, incrociando mani e progetti”.
E cerco e rovisto e seziono i miei ricordi, ancora una volta, per trovare qualcosa di bello, che valesse davvero la pena, rimasta attaccata a quelle altre parole, parole sporche; da raccontarle, adesso, sospirando un "peccato" divertito e un po' nostalgico, magari.
Come a volte accade. A qualcuno più fortunato.
Vorrei dirle che “no, non mentiva. E non fingeva. Quando era quell'uomo che ho amato.
Quando l’ho amato”.
Era l'uomo che si intrufolava nei ricordi e metteva tutto in disordine, da non ricordarmi più cosa era successo prima e cosa dopo e quanto male mi avevano fatto le altre delusioni, quelle di ragazzina acerba.
Era l'uomo che m'incontrava bambina e mi scopriva donna, piano piano, ma a volte anche in fretta; con la stessa impazienza che ci metteva quando apriva i miei regali: strappando la confezione senza cura.
Mi sembrava la ricompensa, ricordo. Volevo che fosse il riscatto, invece era la beffa. La peggiore disfatta.
Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.
E crescevo, negli anni e con me la paura che mi aveva trovato negli occhi quando mi aveva incontrata.
“Un giorno fortunato” dicevamo.
L'ha nutrita coi vizi, nei giorni di festa, quando si vestiva d'inganno; e nella quotidianità, quando apparecchiavo di speranza la sua tavola, condita di rabbia e meschinità.
E aprivo quelle piccole finestre, per farne uscire un po', prima che mi soffocassero davvero, per evitare di mandarle giù, in fondo all’anima a far numero con gli altri dolori. Con le altre saggezze.
Ed ora cerco qualcosa di buono, perché i miei anni non siano andati sprecati.
Ancora una volta sprecati. Per togliere qualche senso di colpa a questa bambina che ho di fronte, per aver dato in prestito il suo meglio a un uomo così; vorrei dire che lo riavrà, quel meglio di lei che gli ha dato, ma non è così che funziona, nella vita dei grandi.
Vorrei trovare qualcosa che non mi faccia soltanto vantare di una
saggezza dolorante che mi cresce in fondo ai pensieri e mi toglie fiducia, mi ruba speranza; lasciandomi fredda ad osservare gli slanci, con mio fratello Cinismo a farmi da eco nei “No, grazie”.
Purtroppo è una sera in cui non ho in prestito illusioni per inventarglielo, non ho neanche qualche bugia utile, vestita di nebbia, come nei giorni di allora, in cui travestivo il suo sorriso di sfumature delle quali non era capace e lo tingevo d'intenzioni che neanche immaginava.
E’ che avevo abbastanza fantasia per tutti e due.
E non posso disegnare in quei ricordi quel buono che mi basti come alibi, quando resto muta di fronte a queste domande. Quando ho bisogno di raccontarmi e di dire che “sì,
Eravamo invincibili. Da far invidia.
E poi l'amore finì, come a volte accade”.
Nient'altro vorrei raccontarle e nulla di quello che so, vorrei sapere. Delle cose che accadono, del male che ti viene a trovare senza neanche bussare alla porta di casa, senza biglietto d'invito. Senza avvisare.
Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.
E non vorrei dover raccontarle da cosa sono davvero scappata. In ritardo sì, ma comunque scappata. Però devo farlo. Non salverò la bambina che ero, ma posso provare a salvarne una adesso, che mi guarda con gli occhi dissolti in pozze di paura, col trucco a sciogliersi insieme alle bugie alle quali ha voluto credere.
Nient'altro vorrei sapere di inganni e gite desolanti nelle terre della perdizione e del dubbio.
E dire "peccato”, sì, lo vorrei dire, che “poi l'amore svanì, come a volte accade, ma niente potrebbe farmi dimenticare quel bello che c'era, quando c'era”.
Non c'era e Lara non troverà nessun bene nei miei ricordi di quel tempo, per inventarsi ancora una volta quell’uomo: solo macchie scure.
Non trovo nulla di buono in quella vita, da prendere e usare per giustificare quel tempo ed il suo.
Niente da salvare. Niente.
Ci sono solo macerie e i miei vecchi sogni abbandonati negli angoli della memoria. Insieme alla polvere; insieme a questi altri, di quest’altra ragazza ferita.
Non c'è alcun modo per dire di me che “fui ingannata ma c'era qualcosa di buono, nei suoi abbracci"o "qualcosa di sano, nei suoi desideri“ ne per dirle che lei “è stata ingannata ma c'era qualcosa di buono, nei suoi abbracci"o "qualcosa di sano, nei suoi desideri”. No.
Quelle macchie scure sono ancora qui e mai se ne andranno del tutto, qualcosa di lui resterà a ricordarmi che basta aprire una porta sbagliata, solo una, e qualcosa da dentro va via, insieme a quell’idea che non era neppure verosimile. Qualcosa di lui resterà nei miei racconti e non sarà mai qualcosa di buono. Neanche per lei lo sarà.
Qualcosa è rimasto però, di quella ragazzina che ero prima di lui, prima d'incontrarlo, quel giorno.
"Un giorno sfortunato" direi.
E’ la mia parte migliore.
E' quella che guardo adesso, specchiandomi nel riflesso di questi grandi occhi da bambina che mi guardano e vorrebbero trovare qualche dubbio per non credermi.
E' che sono molto diversa da come lui mi ha raccontata.
Come rispondere? Com’era andata? Era andata peggio.
Bevo un sorso di caffè e le rispondo con tutta la sintesi della quale sono capace:
“Tra noi due non è andata” senza aggiungere altro.
“Tu sei scappata, vero?” Lara ha voglia di scappare e ha bisogno di sapere se è una ragazza cattiva e incapace o se qualcun’altra può avere avuto lo stesso impulso. “Non ti ha lasciata lui. Si sente che non è vero, quando lo dice, perché è sempre molto arrabbiato quelle poche volte che parla di te”.
“Direi che scappata è il termine esatto”.
“Perché?” gli occhi di Lara hanno un solo piccolo momento
d’interesse. Se è questo che devo fare per spingerla oltre quel cancello già spalancato che deve oltrepassare, lo faccio.
Allora comincio a raccontare.
Dolore.
Ricordo il dolore e il modo in cui piangevo, come se non avessi fatto altro nella vita che piangere. Nella sceneggiatura di quegli incontri era previsto che piangessi, e nessuno ha ascoltato i singhiozzi, i "no", i "non lo fare, non voglio". Le lacrime erano coreografiche. Copiose. In quei giochi tutto è concesso dal momento in cui ti trovi li, e lo sa anche Lara che è così che succede. Non c'è più molto tempo una volta che sei dentro. A meno che tu non scappi. Ma c'era lui e io non volevo perderlo. Avevo il terrore di perderlo. Volevo fare la dura, la donna dei suoi
sogni, il suo ideale di donna.
Nemmeno io mi ero ascoltata.
Nemmeno Lara si è ascoltata.
Questa stupida ragazzina che per inseguire un sogno, per non perdere un uomo che credeva d'amare, si era lasciata accompagnare in un osceno mondo fatto di sangue e violenza; e lacrime a ripulire tutto il casino.
Ricordavo tutti i miei no e che parlavamo molto e litigavamo. Poi, lui minacciava abilmente di smettere di farlo, che non ero come voleva lui. Allora in me scattava quel malato meccanismo di rifiuto, e Lara ha coraggio solo di farmi cenno di sì con la testa, senza emettere alcun suono. Non potevo accettare di non essere come voleva lui. Io DOVEVO essere all'altezza. Allora ci riprovavo, ricominciavo tutto da capo. Le botte, le orge, le umiliazioni in pubblico. Quelle mani estranee che mi toccavano perché lui voleva sentire il potere, voleva poter disporre del mio corpo e sentire di poterlo fare ogni volta.
Mi diceva che ero lesbica per vedermi scopare con le altre donne, che non lo volevo ammettere, ma lui lo capiva. Mi sono pure convinta di quello per un po', che mi piacessero le donne davvero. Mi trasformava ogni giorno. A volte penso che le botte fossero il
male minore.
Lara mi guarda come se fossi li, seduta di fronte a lei a bere cappuccino e a descriverle la sua vita, in questi ultimi due anni, non la mia. Si nota dai suoi occhi e io li guardo come se ci fosse un gobbo nelle sue pupille e leggessi da li i suoi segreti inconfessabili.
Non le risparmio le parole più dure: deve ascoltarmi, rendersi conto che quell’uomo ripete gli stessi meccanismi con tutte le ragazzine che gli capitano.
Ero la nota stonata in quel mondo, le dico. Ero la bambina con le autoreggenti in mezzo a vecchi porci, come lei.
Poi ho capito una cosa: che non era importante che lo volessi o no, se ero plagiata o costretta. Io ero li e questo dava delle colpe anche a me, non solo a lui: mi aveva cambiata e quelle cose le facevo io: la donna in cui mi aveva trasformato.
Ho camminato per qualche mese ad occhi bassi con un’enorme paura di incontrare qualcuno e dovergli raccontare quello che avevo fatto, dov’ero stata o che quel qualcuno vedesse in me la donna in cui mi aveva trasformata e non la donna che ero, laggiù in fondo all’orrore, nascosta dalla vergogna.
Le racconto che c’era stata una notte poi, in cui era successo qualcosa di troppo e ad un certo punto avevo cominciato a sentirmi sporca, ed ero scappata: mi ero nascosta il più lontano possibile da lui, perché vederlo mi spaventava. I suoi occhi erano testimoni di tutti quegli errori che avevo commesso, per lui.
Non dovevo fare quelle cose, che adesso anche Lara si costringe a fare, per non perderlo. Ero scappata cercando da qualche parte di trovare il modo per ripulirmi.
Chi riuscirebbe a sopravvivere lasciandosi plagiare in questo modo da un uomo? Chiedo a questa ragazzina ammutolita dalla verità. Significa smarrirsi interamente ed agire mossa da fili invisibili e sottili. Avrei dovuto essere fiera di me per esserne uscita, per aver avuto la forza di recuperare quello straccio di autostima che avevo ancora e scappare, ma mi sentivo così maledettamente sporca. Allora sono fuggita ancora più lontano, ma le confesso, che nonostante la distanza che mettevo tra me e il luogo dove tutto ciò era accaduto, i ricordi mi seguivano. I ricordi delle frustate che erano come piccoli schiaffi, ma il dolore durava di più; dei colpi di bacchette, che erano come morsi, ma gonfiavano in modo peggiore; delle colate di cera al buio, che non sapevo mai dove sarebbe atterrata la prossima scossa; delle pinze in ogni centimetro di pelle utile ad adornarmi di oltraggio.
Dolore.
Ricordo il dolore e il modo in cui piangevo, come se non avessi fatto altro nella vita che piangere.
Il sesso rappresentava per me un legame a quei ricordi. Avevo paura d'essere anche solo toccata e spesso ho pensato di non meritare più nulla, perché alla storiella che non volevo, che una malattia chiamata "troppo amore" mi aveva imposto di seguirlo in ogni dove, non avrebbe creduto nessuno. Cercavo qualcuno che mi perdonasse al posto mio, ma poi ho capito che l’unico amico decente che in questi casi puoi trovare per farti aiutare, si chiama Tempo. Piano piano ho ritrovato quel po’ di quella bambina che era rimasta, dietro ai lividi.
Com’era andata? Peggio di così…
Smetto di raccontare perché Lara sta leggendo un sms. Sicuramente è lui che la sta cercando.
“Devi liberartene, Lara, non c'è altro modo, non c’è altra svolta che può prendere questa storia”.
“Non posso perderlo. Lo amo” .
“Adesso credi di amarlo, perché gli stai dando tutto quello che vuole, perché ogni cosa che lui ti obbliga a fare, ti lega sempre di più a lui, perché ogni volta è una parte di te che perdi e devi convincerti che il motivo per il quale l’hai persa è che l’amavi e bisognerebbe amare veramente troppo, per farsi fare quelle cose. Amare qualcuno più di se stessi al punto da non ritenere necessario proteggersi. Ma non lo ami. So che ti sembra assurdo sentirti dire che non lo ami, ma tu non lo ami. Non si può amare nessuno che ti trascina in quei vicoli di niente. Che ti presta ad altri uomini, che ti gonfia di lividi, che ti cancella la stima di te a colpi di bacchette”.
“Ti sento raccontare la tua storia e mi sembra di sentire qualcuno che racconta la mia storia. E' questo che mi obbliga a continuare ad ascoltarti. Solo che tu sei più forte di me”.
“Liberati di questa storia e troverai questa forza già dal giorno dopo”.
“Non posso liberarmi, perderei tutto quello per il quale mi sono sacrificata, e questo” mi mostra le cicatrici delle manette, questa bambina “non sarebbe valso a nulla. Non posso accettare questa sconfitta. Lui un giorno mi amerà come desidero. Devo solo dimostrargli ancora che sono disposta a fare di tutto pur di non perderlo. Lui così si fiderà di me”.
La guardo ed è come se un fumetto le si disegnasse sopra ai capelli neri. Si sta domandando fino a quando riuscirà a resistere a quel dolore, a quelle umiliazioni.
All’inizio, pensava di volerle, addirittura. Tanto tempo fa, quando aveva bisogno di farsi del male.
“E’ che non è li la tua vittoria. Non vinci usando come arma la tua coscienza. Si vince perché ci si scopre simili. E’ una confortante banalità. E tu non sei simile a quell’uomo. Dovresti sentirti fortunata per questo e sicuramente un giorno lo sarai. Tu credi che lui sia un uomo speciale, in realtà non vale niente. Vale meno di questa nebbia, che sembra circondare tutto, essere infinita, ma usa l'illusione, nasconde la realtà, toglie i contorni. Quando ti sveglierai sarà sparita e ricorderai com'erano belle le cose prima del suo arrivo e come bene ci vedevi anche da sola e com'era bello, decidere cosa ti piace e come vuoi che un uomo ti tocchi”.
Lara mi ascolta senza parlare e le mie parole la scaldano più del cappuccino che ha ordinato poco fa.
Mi sussurra: “Ho paura che quella nebbia stia già sparendo”.
Quando si vede con chiarezza, i sensi di colpa hanno contorni insopportabilmente nitidi.
Le sorrido, perché so che questa è comunque una buona notizia.
“Cos’è successo quella notte? Quella che ti ha fatto decidere di scappare?”
Le dico che una sera mi aveva accompagnata in una stanza. Mi aveva riempito il corpo di pinze. Ce le avevo ovunque. Glielo dico guardandola in quelle pozze di paura. La mia voce non potrebbe essere più calma di così.
Almeno venti su ogni capezzolo e due pinze con i pesi tra le gambe, una per lato. Mi aveva stretto le manette a polsi e caviglie. Non potevo muovermi.
Se mi muovevo, anche le pinze si muovevano e io urlavo.
Se mi muovevo, i pesi tra le gambe oscillavano e io urlavo. Dovevo stare ferma, non potevo liberarmi.
Il dolore era orribile, ma era peggiore la sensazione di trappola, di sapere di non potermi muovere perché avrei subito un dolore più forte. Ero in un cerchio.
Il cerchio di dolore e paura che aveva creato era la chiara riproduzione di quella specie d'amore che provavo: stavo male, ma se avessi accennato un piccolo movimento per liberarmi, avrei cominciato a ricordare fin dove ero scesa, nel fondo di oscenità e dolore, e sarei stata anche peggio. Era meglio star ferma, in quella vita e continuare a provare quel dolore, che ormai conoscevo e sapevo esattamente quando sarebbe finito, ma che era niente, paragonato a quell'altro, che non conoscevo.
I lividi dopo qualche giorno se ne vanno. Quel senso di colpa se ne sarebbe mai andato, invece?
Piangevo e lo pregavo di liberarmi, di togliermi le pinze, almeno quelle tra le gambe, che non le sopportavo. Il dolore arrivava come se la mia carne gridasse. Forti picchi di dolore
shhh
poi piano piano diminuiva ma poi di nuovo un altro picco di dolore
shhh
e dopo diminuiva ancora.
Mi ero accorta che piangendo mi muovevo di millimetri e quel movimento muoveva le pinze e i pesi ed era quella la causa del
dolore. Allora smetto di singhiozzare.
Le lacrime scendevano silenziose e io lo guardavo e sussurrando, lo pregavo di toglierle o di staccare almeno i pesi. “toglile, ti prego”, dicevo quasi in un soffio.
Lui con quel suo sorriso sadico, soddisfatto, osservava la sua creazione, il suo luna park di dolore. Dopo aver scattato qualche foto, aveva preso in mano la frusta e giocava con i pesi, li faceva muovere. Ogni oscillazione dei pesi era un picco di dolore molto più forte di quelli che lo avevano preceduto.
shhh, shhh, shhh
E poi aveva cominciato a dare colpi di frusta sulle pinze attaccate ai capezzoli.
shhh, shhh, shhh
Ringraziami, mi comandava
Ringrazia il tuo padrone che si sta divertendo a giocare con te, diceva
E io continuavo a soffiargli di fermarsi.
Ringraziami o ti lascio qui tutta la notte.
Provavo a pensare a qualcosa di divertente, tipo che il mio bel seno rotondo in quel momento doveva sembrare una specie di ombrello aperto, visto da sotto, con tutte quelle pinze attaccate intorno ai capezzoli. Non mi riusciva di sdrammatizzare però. Non mi riusciva di ringraziarlo per avermi ridotto il petto come due ombrelli aperti, visti da sotto. Tante altre volte mi aveva obbligata a ringraziarlo per il dolore che mi concedeva, ma quello era troppo. Non vedeva che stavo cedendo? Che il mio corpo non sopportava altro? Che mi si piegavano le gambe?
Come poteva chiedermi di trovare la forza anche solo per inventarmi un grazie?
Ho cominciato ad urlare, talmente forte che sembrava fossero tutti gli urli che avevo soffocato quella sera e tutti quelli che avevo risparmiato le altre notti e tutte quelle a venire che no, non avrei vissuto. Meglio cacciarli fuori tutti in quel momento, ad un volume devastante, che era come frustate, ma non faceva quel male.
Un urlo che era un misto di dolore e qualcos'altro.
La mia coscienza mi guardava da dietro le sue spalle: nuda, legata, con pinze dappertutto e il viso un lago di paura e urlavamo, io e la mia coscienza.
“Non gridare così, troia, che svegli tutto il palazzo” ma il suo sguardo aveva perso l'eccitazione, l'orgoglio e la sua sicurezza.
Io non smettevo. Io urlavo. Gli gridavo liberami, basta, aiuto e mentre mi dimenavo le fitte di dolore, urlavano anch’esse
shhh, shhh, shhh
Urlavamo, io, la mia coscienza e le mie fitte di dolore.
Così lui buttava la frusta per terra e mi liberava.
Altro dolore: il peggiore.
Le pinze e Lara annuisce, bloccano la circolazione in quel punto dove sono state attaccare. Quando le togli, tutto il dolore che non hai provato in quel punto, per tutto il tempo che sono rimaste attaccate, arriva in un solo colpo, quando il sangue ricomincia a circolare.
Ogni pinza, una pugnalata.
shhh
Un solo colpo, tremendo, per ogni pinza che toglieva.
shhh
Non ce la facevo più e lui, quasi spazientito non mi lasciava neanche riprendere tra una pinza e l’altra: le toglieva ad una velocità insopportabile. Voleva gustarsi un altro po’ di tortura.
Paradossalmente, in quel momento, in silenzio, pregavo che arrivasse il più lentamente possibile la liberazione che avevo preteso urlando.
Quando avevo ricevuto tutte le pugnalate per ogni pinza, che gli avevo permesso di attaccare al mio corpo da ragazzina e quando mi aveva finalmente liberata, me ne sono rimasta in ginocchio, per terra, a piangere.
Lui tentava di tirarmi su, ma io ero stanca, disperata e lo odiavo.
Tutta la storia con la quale mi aveva raggirata, che nei giochi sadomaso esiste un limite e una saveword che se una schiava la pronuncia, il sadico si ferma, era una presa in giro. Ti fa dare fiducia a quel carnefice, finché arriva il giorno che tanto aspettava, per farti tutti gli esperimenti che sognava già dall'inizio e quel giorno tu non puoi muoverti. E' il giorno in cui ti fa toccare il basso più basso che potessi raggiungere e il fondo più fondo delle tue forze. La soglia del dolore sembrava una elastico.
Quella notte quell’elastico si era spezzato.
Lui mi stava dicendo che ero magnifica, una magnifica schiava che aveva dato molto piacere al suo padrone orgoglioso e io volevo ucciderlo. Credeva che il benessere ricevuto da quella specie di lusinghe, potesse anestetizzarmi ancora. Come le altre volte.
Ero rimasta li, per terra, fino alla mattina dopo.
Mi ero rialzata ed ero andata in bagno a guardarmi: il mio seno era livido e il ricordo delle pinze era disegnato tutto intorno. Il gonfio souvenir dei pesi, non mi permetteva di camminare.
Ho fatto una doccia e mi sono vestita.
Lui era a letto e mi guardava.
“Io me ne vado. Ringraziami solo perché non vado alla polizia a denunciarti”.
“Eri consenziente, troia. Denunciami e io mostrerò tutte quelle foto che ti ho fatto mentre ridevi oppure mentre leccavi la mia frusta”.
Dov’era finita la sua meravigliosa schiava?
Ero stata consenziente, aveva ragione. Avevo accettato io quell’orrore nell’amore. Fino a quella notte.
“Ero consenziente, sì. Ora acconsento di pensare che tu sia morto”.
“Non vali un cazzo come schiava, non valevi un cazzo neanche ieri sera. Ne troverò altre cento migliori di te, che non fanno tutte queste storie per quattro pinze. Le voglio menare come un fabbro e loro devono godere”.
“Spero di no, per loro”.
“Però poi l'ha trovata. Non te. Prima di te ce ne sono state tante, poi te”.
“Se hai già vissuto una notte così, allora vattene Lara. E’ per questo che non riesci più a smettere di piangere?” Non riusciva a smettere di piangere, come se non avesse fatto altro nella vita che
piangere, quella ragazzina.
“Si l'ho vissuta proprio stasera, prima di uscire per venire al locale.”
“Allora vattene”.
“Come si fa?”
“Niente piccola, si prepara solo una valigia e ci si mette dentro il più possibile e non si torna a prendere il resto. Perché se tornassi, ti convincerebbe a restare. Ti direbbe delle cose per farti restare.
Ciò che conta ce l'hai dietro a questi grandi occhi. E' solo quello che devi salvare”.
Lara non ha voluto tornare neanche per fare la piccola valigia, dove mettere il più possibile.
Mi chiede di accompagnarla a casa di sua madre, perché ha paura che lui le dica quelle cose per farla restare e sa che la convincerebbe.
Chissà quante altre volte l'aveva convinta.
Lara cammina su pozzanghere fatte in casa adesso. Questa pioggia la invade dalla testa e non si riesce a capire da quale nuvola arrivi. Non porta mai con se l'ombrello quando è in vacanza e lava i panni sporchi in lavanderie a gettoni. E’ scappata dalla casa degli orrori. E’ tornata nella casa dov'è cresciuta, per farsi aiutare dalla scatola che conserva sua madre, quella con le sue foto da bambina, per ricordare chi era prima che l’incubo le confondesse i pensieri.
E’ ancora viva. Strano.
Ha nel piatto solo avanzi di cene consumate.
Banchetti, abbuffate, spuntini passatempo e passasolitudine, il suo corpo è seppellito da chili di cibo insinuati in lei a forza da rabbia, vizio, paura. La rabbia ha sempre molta fame, il vizio vuole sempre godere, la paura ha bisogno di colmare.
Adesso sta seguendo una dieta, dice che quando l’anno prossimo si guarderà allo specchio e rivedrà la sua forma di un tempo, capirà che sta tornando, che in fondo le brutte esperienze, anche se ci cambiano, non ci fanno sparire mai del tutto. Lara ha bisogno di rivedersi. Lo sa anche lei che è solo un illusione sperare che una dieta le ricordi chi era. Ma ogni espediente è utile quando non si sa da che parte cominciare. Non ha importanza da dove si parte. Lara deve partire.
Ricomincerà dalla bilancia, oppure dalla casa nuova dove pensa di andare ad abitare. Lara deve ricominciare da qualsiasi cosa. Le serve una prova, anche una superficiale, che le mostri che può farcela, che la sua forza ancora esiste, anche se negli ultimi tempi sembrava averla abbandonata. Chissà dove, ma c’è.
Eppure è ancora viva. Strano.
Quando il carnefice la colpiva, con le fruste, con le mani, una sera addirittura con un tubo di plastica, la scuoteva.
“Cinque centimetri di diametro, dicono che lasci segni gonfissimi sulla pelle”.
“Dicevano bene” pensava lei, mentre si guardava allo specchio e piangendo sentiva la mancanza della casa dove viveva da ragazza, con il mare che la osservava dalla finestra e le faceva venire voglia di nuotare. Invece, in quei momenti, guardava fuori dalla finestra e aveva solo voglia di buttarsi giù o di scappare, ma non ci riusciva. Non aveva più forza.
Sembrava verificasse se respirava ancora, quando la colpiva. Anche lei se lo chiedeva spesso. Perché uno se lo chiede se è ancora vivo quando si lascia fare tutto quel male. Ma anche meno, perché meno di quello sarebbe stato comunque troppo e in quei posti anche a volerli cercare i sogni, proprio non ci sono più.
Fu per questo forse che gli permise sempre di colpirla? Le serviva per provare se ci fosse ancora vita dentro?
Era sempre ancora viva. Strano.
Per rinascere devi piangere, come il giorno in cui nascesti.
Piangi e guardi un mondo nuovo.
Lara è a casa, ma non ne proverà il sollievo che sperava quando
sognava di tornare. Ha l’anima imbrattata di colpa e gli occhi
macchiati da ricordi che non osa raccontare.
Piangerà e in quel pianto canterà tutto lo stupore e il dubbio della scoperta. E’ viva. Si guarda allo specchio e promette che ce la farà. Non tornerà nella casa degli orrori. Ha promesso di non farsi più colpire. Ha promesso di vivere.
E’ di nuovo ancora viva.
Si accarezza e ricomincia a sognare. Sogna qualcuno che le ricordi la dolcezza e che la tranquillizzi, spiegandole che dopo un bacio non arriva nessun colpo e non deve dimostrare il suo valore contando quanti colpi riesce a sopportare.
Sta tentando di ritrovare una ragazza. Quella che era prima che il carnefice la vestisse di peccato, la gonfiasse di vizio e la insanguinasse di violenza. La troverà.
Lara è viva. Questa volta davvero.
Edit: Pubblicato nell'antologia "Scrivi con lo Scrittore - A.S.I.MOV." Ed. Giraldi.
Scritto da Eleonora Lo Iacono ©
Impronte digitali in somme d'anni
Due anni sono andati dietro ai miei capelli. Altri due sommati agli altri.
Il totale ti matura.
Li ho lasciati scivolare senza fretta, senza l’ansia d’ottenere o d’intaccare le ics al muro. Ho preso poco, chiesto ancora meno.
E’ stato un tempo giusto, che serviva a lasciare respirare la memoria.
Con la paura vera che, se avessi aggiunto anche solo un altro errore, poteva scoppiarmi in testa tutta la guerra di un’età.
Ho raccontato piano piano e in mille forme quegli errori e quelle storie belle.
Gli incidenti, perché dall’altra parte della strada c’era la felicità e non m’ero preoccupata di chi stava attraversando la mia via. E tante volte ho disinfettato le ferite, sputando sulla carne viva l’imbarazzo di un ricordo che bruciava.
Altre volte, una risata maliziosa mi coglieva d’improvviso a ricordare certi rischi. Dopo alcuni c’era stato pure il botto.
Alla felicità non è facile resistere. Perché ti scoppia tra le orecchie, fa i colori intensi, rende i rumori musica, dopo scende e fa nel petto salti e tuffi
e splash
non si riesce di calmarsi, di ragionare con la maturità della tua somma d’anni.
Per quel quarto d’ora o poco più, una volta ci stavo rimettendo quattro anni. O forse li ho buttati per davvero.
Chi sa dirlo con certezza dov’è la parte giusta?
Ci si prova a dare un senso. A spiegarsi l’avventura.
A volte mi sembra d’esser fatta a spugna e a un certo punto mi serve acqua per gonfiarmi la memoria e corro incontro al caso, vado dall’altra parte della strada e pesco vita. Dopo provo ad addomesticarmela alla mia, a fargli prendere la forma dei miei giorni; oppure m’addomestico io stessa, a quella vita nuova e provo a prenderne la forma e la divido in mesi, la spezzetto in settimane e poi spizzico i giorni. A lavoro fatto, se m’accorgo d’aver pescato male, mi prende la tristezza e me ne vado.
Mi nascondo.
Per la vergogna, che può avere qualsiasi pescatore, quando il risultato della sua pazienza è stato scarpe vecchie e lacci logori.
Ci si mette l’intenzione ogni volta che si tenta, se sbagli ti fa male. Ma non per l’esca che hai sprecato. In quelle ore ci hai buttato la speranza e quella costa.
Quando poi ne vedi uno bello, che fa dei salti così alti, per vedergliene fare almeno un altro ancora, ti distrai i riflessi e lo ammiri anche mentre prende il mare aperto e non c’è verso di riprenderlo. T’è sfuggito e amen.
Era bello e non ti guasti l’ultima scia che lascia. Te lo gusti fino all’ultimo.
Però fa male quando ci ripensi. La bellezza la rivuoi. Se ti capita d’averla, a volte ti senti fortunata, altre volte t’imprigiona di bisogno, perché se non sai che esiste, forse un giorno smetti di cercarla. Se l’hai vista invece è un guaio.
Mi nascondo per due anni e non ne voglio più sapere di pescare ancora. Perché se pescassi ancora lacci, ne farei guinzaglio per controllarmi gli occhi.
La paura annebbia i pensieri e quello che ti resta è un tremolio nei sensi che ti fa sbagliare mira.
Meglio riposare.
Incontro possibilità e cambio strada.
Lui non l’ho pescato e non l’ho scelto. Lui non m’ha pescata e non m’ha scelta.
Ci siamo trovati a nuotare insieme, tempo fa e quando l’ho guardato veramente, era perfetto.
Questo posso raccontare. Non c’è sempre un risultato alla fine di un’attesa. A volte è tutto li, il resoconto: nel verso di scoprire. E non è detto che quello che poi scopri è tuo.
Come quando mi chiedono di questo tatuaggio, che si capisce che è lo schizzo di un amore. Quando mi fanno domande dico solo: lascia stare.
Poi però, se dicono che sono cose di ragazzi, che l’entusiasmo ti fa sperare e poi sarebbe meglio cancellare, io rispondo: no.
Mi sono tatuata una felicità. Ora non c’è più e questo è un fatto. Però c’era, perché dovrei dimenticarmela?
Anzi, benedetto il tatuaggio, che mi ricorda che c’è stata e ci può essere. Poi se n’è andata e m’ha lasciato il marchio. Meglio di così, dico. Punto e basta.
Lui non l’ho pescato e non l’ho scelto, dicevo.
Mi ero innamorata delle sue mani. E’questo che m’ha messa in confusione.
Quel ricordo è così vivo che a pensarlo sembra oggi.
Ho la lista di come deve essere un amore e l’idea d’innamorarmi delle mani mi confonde. Non c’è nella mia lista.
E c’è un’altra cosa che sorprende: io per anni ho temuto mani d’uomo.
Perché possono fare un male gonfio.
Uno schiaffo, se a darlo è un uomo che ami dolcemente, lascia segni sulla pelle come qualsiasi schiaffo. Poi resta un dolore gonfio, dentro.
Si gonfia e poi si muove anche.
L’ho sentito muoversi per così tanto tempo che avevo smesso di cercarlo.
Anzi: quel dolore era diventato personaggio. Era presenza. Era il mio Dolore intelligente.
Un bersaglio mobile che non ti riesce eliminare e non ti lascia sola per le scelte. Figuriamoci le fughe.
Un po’ mi lusingava anche: stava così bene che non voleva rischiare di sparire. Allora s’era fatto furbo e si spostava ogni volta che lo localizzavo e sceglieva altre parti della mia coscienza, da annegare di paure e colpe.
Un dolore gonfio, mobile, intelligente e liquido perciò.
Non solo annegava tutto, ma essendo liquido, prendeva forme nuove in base al posto nuovo che lo nascondeva.
Stava proprio bene li da me e in compagnia.
Quell’uomo che avevo amato dolcemente, ogni giorno aggiungeva altro dolore gonfio, mobile, intelligente e liquido.
E partiva tutto dalle mani.
Colpi di una fantasia invidiabile. Non sapevo mai da dove sarebbero arrivati, né il perché. Non sapevo neanche dove avrebbero lasciato segni.
Sapevo bene che dopo il calore sulla pelle, un dolore gonfio, mobile, intelligente e liquido si sarebbe fatto strada dentro e lì, in compagnia di altri dolori simili, avrebbero creato altro movimento.
Allora come mai mi sto innamorando di queste mani nuove? Mi chiedo mentre lo scopro in mezzo a questo mondo pieno zeppo di occasioni ignote.
La necessità di spiegarmi tutto m’impedisce di sentire il gusto dell’innamoramento. L’agrodolce di scintilla.
Si torna adolescenti. Un invito a cena, persino un complimento semplice, se t’innamori ti emoziona. Come fossi al primo bacio, non li sento tutti gli anni quando in petto mi martella l’emozione. E’ per questo che mi piace innamorarmi. Per riuscirci nascondo le paure sotto il tappeto della logica.
Come avessi trovato il segreto della giovinezza, che può funzionare solo a mani unite e strette, m’innamoro e viene smania, perché è piacevole il modo in cui l’amore prende in giro il tempo. Le ore si dilatano e dentro a un’ora ci sta una settimana.
Mi sembra che la vita sia infinita. Meglio di così.
Le sue mani: dite lunghe, palmi grandi che ci si potrebbero leggere due vite dentro, a saperle leggere e morbide in un modo che sembra abbia guanti di seta, intorno a quella cresta di dita perfette.
Ha mani di pianista, penso, o di scultore abile a riprodurre minuzie, riparatore di orologi di precisione.
E aggiusta anche il mio tempo, staccandomi dal mio passato in un momento e zittisce i campanelli che mi disturberebbero. Sono come i trilli dei cellulari al cinema, i campanelli d’allarme che ti vogliono avvisare che ci si potrebbe fare male.
Tu ti stai godendo il film e
trill trill trill trill trill trill trill trill trill trill trill trill trill trill trill trill
fine del pathos e addio alla trama.
Ricordo quella volta e sembra accaduto oggi, il colpo di fulmine tra me e quelle mani.
E’ estate, io do una mano ad un amico che ha appena aperto il pub.
Una bionda media, indica una mano con l’indice rivolto verso su. Spino la birra, gli porgo il bicchiere e mentre lo appoggio sul bancone, la sua mano si avvicina. Una mano grande, da uomo.
Alzo lo sguardo sul suo viso.
Come può essere lo sguardo di un uomo che tocca il mondo con quelle mani? E’ uno sguardo grande, da uomo. Uno sguardo perfetto. E morbido. In un modo che sembra abbia guanti di seta intorno a questa cresta di ciglia e lo sguardo accarezza, come immagino farebbero queste mani grandi.
Ha i capelli rasati e lo sguardo incorniciato dall’abbronzatura estiva.
Appoggio il bicchiere sul bancone, senza staccar la mano.
Guardo le sue mani, lo guardo negli occhi, guardo le sue mani, lo guardo negli occhi, guardo le sue mani, guardo le sue mani.
Lui non si lascia intimidire. Appoggia la sua mano sulla mia, incollata al suo bicchiere.
Capita così: mentre il mio sguardo e la sua mano s’incontrano, che m’inizia la passione per queste mani grandi.
Mentre le nostre mani destre si presentano in una carezza e formiamo una ics di braccia, mi accorgo di flirtare con le mani perfette di uno sconosciuto.
Mi libero dalla carezza e mi dispiace, perché mi sento sulla pelle un desiderio urgente appena nato, che non se la sente di aspettare le due cene di corteggiamento, quelle che mi hanno insegnato da bambina, per diventare donna a modo. Ho un desiderio cannibale che non mi avevano spiegato in quelle lezioni di cerimoniali e consuetudini, e vuole mordere e mi stravolge l’equilibrio della donna a modo.
All’improvviso sento che mi aprirei la camicetta in un secondo, per farci entrare queste mani.
Per paura mi contengo, non per educazione.
Otto euro, dico seria.
Lui sorride, prende i soldi e me li porge.
Guardo le sue mani, lo guardo negli occhi, guardo le sue mani, lo guardo negli occhi, guardo le sue mani, guardo le sue mani, prendo i soldi ma lui non lascia la presa, abbraccio con le dita la punta delle sue dita lunghe e i soldi.
Guardo le sue mani, lo guardo negli occhi – sorrido - guardo le sue mani, lo guardo negli occhi – sorride - guardo le sue mani, guardo le sue mani e penso che i miei occhi potrebbero ballar così per tutta sera.
Un cuba libre, urla il proprietario di una brutta mano, dita corte e larghe, unghia mangiucchiate dal vizio che le mozza.
Guardo le sue mani e mi rifugio verso lo scaffale del rum.
Rimane seduto al bancone tutta sera. I suoi amici lo raggiungono ogni tanto, chiacchierano, si allontanano. Lui non li segue.
Segue le attenzioni dei miei occhi.
Altre due birre medie per lui, altri sguardi, altri incroci tra la mia mano e quella sua, perfetta.
Ordina anche due Mojito, da offrire ad un suo amico. Paga lui, lui prende i due bicchieri. Altre due volte ripetiamo il duetto a ritmo jazz, con occhi e mani.
Sembra che le sue mani non sappiano star ferme. Picchiettano sul bancone, seguono le gocce di condensa che scivolano sui fianchi del bicchiere, lo cingono, lo accarezzano.
Uno spettacolo per me, mentre la musica s’appoggia alle pareti del locale e muove mani a tempo.
Disegnano cerchi e linee le sue dita e io m’immagino sdraiata sul bancone, mentre mi pittura quelle forme sulle curve.
Mi domando che piacere danno, due mani perfette.
Un piacere perfetto, mi viene da rispondermi.
Tutte le altre mani che si agitano perdono significato. Indicano, pagano, salutano, prendono bicchieri, toccano altre mani.
Le sue mi ballano davanti.
Le sue le voglio.
Penso che la perfezione delle sue mani sia saggezza delle forme, e se ti toccano, ti cercano la bellezza nei fianchi e te la rendono. Quell’idea ti fa da cinta e mi sentirei d’argilla e mi farei fare di tutto. Grata che mi tocchi Perfezione.
D’improvviso un’immagine si fa spazio a gomitate tra i pensieri, fino a farli naufragare sul lavabo.
L’immagine di me con il suo dito tra le labbra, e lo bacio, gioco con la lingua intorno alla sua forma, alla sua lunghezza perfetta, e gli guardo gli occhi mentre le sue dita si prendono le mie carezze umide.
Mentre immagino sto guardando lui che parla e muove dita, dopo il secondo Mojito offerto al suo amico Antonio. Così lo chiama.
Lui gli risponde e ride e lo chiama Gianni.
Come si può desiderare così uno sconosciuto? Non so bene neanche come suona la sua voce. La sento ma è mischiata alle altre voci, alla musica, al tintinnare dei bicchieri. E’ una voce a interferenze.
Il desiderio è limpido.
Mi distraggo bevendo un bicchier d’acqua. Mi allontano verso il bagno per rinfrescarmi o per provarci, almeno. Quando esco lo trovo davanti alla mia porta.
Come si attacca bottone con la barista di un jazz pub? Mi chiede senza muovere le mani. Offrirti da bere sembra stupido. E poi t‘ ho vista bere acqua. E se una che ha a disposizione tutti gli alcolici possibili, beve acqua, non accetta da bere e rovinerei la chance.
Chiederti l’ora mi sembra patetico.
Ho pensato a quella frase che dicono nei film: a che ora stacchi. Quindi uso quella: a che ora stacchi?
Io sorrido e gli rispondo tra un’ora. Sorride anche lui e mi invita a dividere una macedonia, dopo.
Accetto e corro a rifugiarmi al mio bancone.
Un’ora bella quell’attesa.
Con la complicità spuntata a fare da collante, sapendo che tra un’ora condivideremo frutta fresca. E baci caldi, prego. Chiacchieriamo ogni volta che non c’è un cliente da far bere. E’ simpatico e le sue battute mostrano cervello.
Le sue mani mostrano promesse languide.
Le fantasie si moltiplicano e il risultato è almeno il doppio.
Lo guardo negli occhi, guardo le sue mani, lo guardo negli occhi, guardo le sue mani, guardo le sue mani e dal suo polso l’orologio mi avverte che l’attesa s’è conclusa e devo uscire dalla tana-bancone.
Passeggiamo e due ore sfuggono dall’orologio, ci volano accanto in dieci minuti dei nostri, mentre ci presentiamo le vite. Tutto intorno è una sorpresa, non soltanto l’ora. E’ quasi l’alba e si vede dal sole che ti saluta tiepido, col colore femminile.
L’orologio non ci serve: Perfezione respira di natura. Certe cose gliele legge dentro. Il giorno sorge è l’ora.
A quel punto c’ero arrivata, seguendo le curve di un racconto, col panorama bello delle sue avventure di ragazzo scaltro e il tempo l’hanno scandito i punti esclamativi delle mie pupille incredule. Le storie gesticolate da due mani perfette, sono perfette. Io ricambio quelle storie con altrettante storie. Sono più romantica di lui, scelgo episodi dolci e riflessioni sensuali. Il tempo lo scandiscono le parentesi delle sue dita belle, appoggiate sulle labbra in attenzione. E’ rosa il cielo, quando lui si avvicina alle mie labbra rosa. Così, mentre mi bacia gli chiedo se può andare con le mani dappertutto, che le ho volute tutta sera e ora vorrei averle per almeno un quarto di quel tempo. Non chiedo altro, che loro sanno cosa fare e dove, che ho fresca nella pelle la memoria delle fantasie recenti. Sono certa che le mani perfette sanno prendere dal corpo stesso le istruzioni. Non c’è bisogno di domande. Sentono dove provocano più caldo e li si dedicano.
Infatti è vero, me lo confermano le dita.
Mi sembra tutto rosa a un certo punto. Io, lui, e tutta quella pelle nuova e nuda. E’ rosa quell’enorme prato e Milano sullo sfondo, lontana al metro del vivibile. E’ rosa il desiderio che s’è fatto civettuolo e provoca. Sono rosa le sue dita, che mi fanno il sesso dei ragazzi, giurandomi quello degli amanti. E’ rosa anche l’orgasmo che gli stringe la mano a morsa tra le gambe rosa. Poi libera Perfezione, per averne ancora. E’ rosa tutto, perché sta sorgendo un quarto d’ora buona di felicità e poi anche il giorno.
La sento che mi scoppia tra le orecchie, fa i colori intensi, rende i rumori musica, dopo scende e fa nel petto salti e tuffi
e splash
non mi riesce di calmarmi, di ragionare con la maturità della mia somma d’anni.
Penso solo: voglio.
Lo guardo negli occhi, guardo le sue mani, lo guardo negli occhi, guardo le sue mani, guardo le sue mani, me le incollo lungo i fianchi, lo prego di guidarmi in questo piacere rosa.
Guidano la ruota dei miei fianchi, lo spingono più dentro, si fermano e mi lasciano così: come una statua perfetta.
Amore perfetto ci chiamiamo. Senza muovermi urlo un piacere che si muove. Lui sorride e mi dice che capita così, che non sono strana.
Non ti vergognare, certi fianchi sono fatti per far coppia. Dice. Siamo diversi, è difficile incrociarsi e fare Uno. Quando capita non serve rincorrere il piacere. Arriva quando senti come un click.
E significa incastrati e basta.
Non ti muovere, stai ferma ancora.
E io obbedisco, perché aspetto le sue mani per ballare.
Non ti muovere, aspettiamo che ne arrivi un altro e baceremo rosso.
Io lo faccio. Il piacere perfetto infatti arriva e scappa, torna e sparisce. Una volta resta per un tempo che non conto. Conto i sospiri. Millecinque.
Conto quante volte m’era capitato. Una. Questa.
Gli dico non mi muovo. E quando dovrò muovermi usa le tue mani perfette, ché voglio muovermi perfetta.
Quanto amore possono farti due mani perfette?
Lo scopro e il piacere mi fa male ovunque. Perché m’accorgo che lo sto consumando tutto qui. Non ne sto conservando per dopo.
Dopo lo amo e contro altri sospiri. Millecinque. Ancora.
Questa notte mi convince che “certe notti lasciano impronte nella vita” è stato detto per la prima volta da una donna e quella donna ha avuto addosso mani perfette.
Secondo me certe notti lasciano nella vita impronte digitali…
L’ho rivisto altre volte. Quante ne riuscirebbero a contrare le dita di due mani perfette.
Non l’ho pescato.
Ci ho nuotato insieme in mare aperto.
Quel fiatone m’è bastato per riprendere a guardare il mare con la voglia.
Non è fatto per l’acquario dei miei giorni. Lui è delfino.
Però è fortuna questa nostalgia.
Perché non ho buttato speranza. L’ho data in cambio di certezza.
Il tempo che aspetti per sentire click, te lo dimentichi quando scopri che se non lo aspettavi, non l’avresti mai sentito.
Click, dico. Vale l’attesa.
E m’è passata la paura delle mani.
Meglio di così…
Scritto da Eleonora Lo Iacono ©
Idee Mi sono svegliata mentre concetti, ricordi, congetture e progetti viaggiavano senza un senso apparente ed obbligato, disegnando forme ed ombre delle quali avvertivo solo gli effetti.
...idee...
Le idee lasciano vere e proprie ombre, che sono il prossimo stimolo, per la prossima idea. Come un seme.
Mi ci sono abbandonata. Supina, immobile, unico, accennato gesto, il mio respiro leggero e caldo...sfiorata dalle idee, stuzzicata dalle fantasie, rallegrata dai ricordi, eccitata dalle aspettative, solleticata dalle mille capriole che i miei pensieri bizzarri si divertivano a creare nella mia testa.
Ero sveglia ma mi sembrava di essere in dormiveglia, tra le lenzuola ancora calde, continuando un sogno che mi piaceva proprio tanto... senza parlare, senza raccontarlo a nessuno, sono riuscita a ritoccare qui e la quel sogno e renderlo perfetto.
Il sogno perfetto, quello si che ci vorrebbe.
Un viaggio segreto, leggero d'innocenza, pulito da imbarazzi, allegro... e soffice, come puo' esserlo solo un desiderio inespresso...
Ecco: ero appoggiata sul cuscino dei miei desideri inespressi.
Ero in dormiveglia e pensavo...
Scritto da Eleonora Lo Iacono ©
Agosto Un'altra vacanza.
Un altro aereo e abbracci, bagagli da affidare al più generoso.
Un altro "Che caldo fa qui!" e poi un caffè al bar e poi "dai che faccio una doccia veloce".
Ancora telefonate degli amici che sanno che sono arrivata e "dai si beve una birra domani li al locale".
Un'altra promessa di vita e di relax. Di sorrisi abbronzati e abbracci che odorano di cocco.
Che bella l'estate a Palermo. E' piena di quelli che vivono al Nord e che tornano quando è Agosto.
Agosto è il mese dei ritorni.
Mondello
Isola delle Femmine
La Sicilia.
Un'isola che ti schiaffeggia la sua indifferenza e poi ti attrae con la sua bellezza.
E tu ci torni sempre perchè è li che c'è la bellezza.
Ci devi tornare.
Potessi mostrartela una sola volta.
Prenderti per mano e accompagnarti li, dov'è nato il mio talento... Forse capiresti quello che non riesco a spiegarti.
Forse ti acceccherebbe il sole e mentre non vedi, potrei farti sentire quello che non riesco a descriverti a parole.
I sensi sono difficili da mostrare.
Bisogna aggirarli.
Vado a fare le valige.
Scritto da Eleonora Lo Iacono ©
Mi sa che la vita milanese favorisce la cellulite.
Forse perchè ci voleva culo a trovare un affitto a San Siro a questo prezzo?
Boh.
Silenzio 
Meglio scaraventare sul muro
un oggetto che ti trovi tra le mani,
che non sai bene cosa sia
perchè non lo stai guardando.
Meglio urlare la rabbia
per la mancanza di parole
o di chi le ascolti davvero.
Meglio farsi prendere a botte
o scappare in una strada deserta,
al buio della notte,
rischiando di farsi mettere sotto.
Meglio fuggire da ogni dove,
ogni come e perchè.
Meglio gridare la propria verità,
i propri dubbi, le proprie speranze,
rischiando di essere ridicoli,
rimpiangendo dopo,
solo dopo,
di essere stati incauti,
per aver mostrato la nostra parte peggiore.
Deboli, impauriti, fragili.
Meglio strisciare come vermi,
implorare un orecchio disponibile.
Meglio mostrarsi senza orgoglio ne pudore.
Nudi ad implorare un altro istante,
solo uno,
per riempire quel silenzio
che si annida nelle orecchie
e le ammala, le corrode
con il suo nulla.
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